TERREMOTO DELL’80 IN IRPINIA : “SIMBOLO DI SPRECO , RUBERIE E MALAFFARE “
Pubblicato da irpinianelmondo su aprile 9, 2009
09.04.2009 – il Tempo – È questa la fotografia del terremoto dell’Irpinia come è rimasta nella storia della Repubblica; un’immagine che si sovrappone a quella di interi paesi rasi al suolo, di monconi di edifici, di persone in lacrime, di barelle, tende e bare. Su questa catastrofe piovono miliardi che si disperdono in mille rivoli, risucchiati dalla voracità di una classe politica che proprio sulle macerie dell’Irpinia costruisce il proprio potere. L’Irpinia è diventa l’emblema di un Mezzogiorno, sinonimo dello spreco, delle ruberie, del malaffare, della cattiva amministrazione. È il 23 novembre 1980, una lunghissima scossa della durata di un minuto e venti secondi, di magnitudo 6,8 della scala Richter, rade al suolo 36 paesi situati al confine tra la Campania e la Basilicata. 2.735 i morti, 8.850 i feriti. Il disastro naturale è di proporzioni gigantesche.
Le scosse che seminano morte e distruzione a Lioni, Sant’Angelo, Caposele, Calabritto, Conza, mettono a nudo l’arretratezza e la fragilità di quei paesi-presepe antichi e abbandonati, senza piani regolatori e senza piani di fabbricazione che ne preservassero la bellezza e tutelassero la vita di chi li abitava. La storia della ricostruzione dell’Irpinia comincia qui. Su quelle macerie proliferarono vari politici democristiani prima e socialisti dopo, si alternarono commissariati straordinari, commissioni e sottocommissioni ex articolo qualcosa, allargando a dismisura l’area di intervento del terremoto e, soprattutto, la spesa per la ricostruzione.
Nel 1988 un’inchiesta di Indro Montanelli per Il Giornale, querelato dal presidente del Consiglio Ciriaco de Mita, definito «padrino», solleva il velo sulle numerose appropriazioni indebite di denaro pubblico e apre il caso. L’inchiesta avrà come conseguenza la costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro che nel 1990 concluderà che i 58.600 rotti miliardi di spese già effettuate (su 70.000 stanziati) sono «finiti nel nulla» o sperperati ivi inclusa quella parte proveniente dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale.
Dalla relazione della Commissione emerge che dopo 10 anni 28.572 persone vivono ancora nella roulotte e nei containers e 4.405 negli alberghi. Ma c’è anche una scia di sangue. Nel decennio che va dal 1980 al 1990, in Campania sono stati feriti magistrati (il procuratore di Avellino Antonio Gagliardi), uccisi consiglieri comunali di opposizione (Mimmo Beneventano ad Ottaviano), assessori e consiglieri regionali (Amato e Delcogliano), minacciati giornalisti ed eliminati funzionari di polizia come Antonio Ammaturo, che aveva capito tutto sul sequestro Cirillo. In una intervista rilasciata pochi mesi prima di essere ucciso sotto casa, al giornalista che gli chiedeva dei rapporti tra camorra e politica così Cirillo rispose: «Ci sono gli appalti del dopoterremoto.
Il politico ha bisogno di voti e spesso si rivolge al capobastone». Più volte Oscar Luigi Scalfaro è stato visto sbiancare e trasalire ogni volta che eccellenti testimoni della «sua» Commissione parlamentare d’inchiesta sul terremoto di Campania e Basilicata, gli parlavano di «imprevisti geologici» per giustificare la costruzione di strade costate all’erario centinaia di miliardi a chilometro, o di improbabili aziende di barche da diporto collocate nelle aree industriali di montagna.
Nell’inchiesta della Commissione parlamentare presieduta da Scalfaro, denominata «Mani sul terremoto» avviata nel 1994, furono coinvolte 87 persone tra cui Ciriaco de Mita, Paolo Cirino Pomicino, Vincenzo Scotti, Antonio Gava, Antonio Fantini, Francesco de Lorenzo, Giulio Di Donato e lo stesso commissario Zamberletti che aveva coordinato i soccorsi. L’epilogo della vicenda si è tradotto con la prescrizione della maggior parte dei capi d’imputazione mentre per altri reati è stata decisa l’assoluzione.
Tra i tanti sprechi e spese gonfiate ci sono alcuni casi eclatanti: la Fondovalle Sele, costata 24 miliardi di lire al chilometro, lo stadio comunale di San Gregorio Magno ( paese di circa 3mila abitanti in provincia di Salerno), costato più dello stadio San Paolo di Napoli. Alcuni giornalisti riuscirono a dimostrare che Avellino era la provincia italiana dove si vendevano più Mercedes e Volvo e dove, dopo il sisma, i possessori di yacht erano passati da 4 a oltre 100. Inoltre negli anni l’area degli interventi si allarga a macchia d’olio.
I comuni effettivamente colpiti erano relativamente pochi: qualche decina i disastrati, un centinaio i danneggiati in modo più o meno grave. Nel maggio dell’81 però un decreto dell’allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani classifica come «gravemente danneggiati» (con un grado di distruzione dal 5 al 50% del patrimonio edilizio) oltre 280 comuni: viene ricompresa tutta la provincia di Avellino, Napoli e la popolosissima area metropolitana, 55 comuni del salernitano, 34 del potentino.
Entrare o meno nella lista significa soprattutto essere o no destinatari di sontuosi contributi statali. Due intere regioni, la Campania e la Basilicata, e un pezzetto di una terza, la Puglia, risultano «terremotate»: in totale i comuni ammessi alle provvidenze sono 687. Il groviglio inestricabile di leggi e leggine che a vario titolo hanno regolamentato l’opera di ricostruzione ha oggettivamente favorito una richiesta di investimenti sproporzionata alla realtà dei fatti. Il Parlamento ha sfornato trentadue provvedimenti legislativi.





















sirius88 detto
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voi che ne pensate - Page 2 - Videogiochi Forum su Multiplayer.it detto
[...] [...]
terremoto e oltre | Sand Creek detto
[...] penso al terremoto dell’ Irpinia o del Belice, con l’allora classe politica implicata nelle ruberie del post-terremoto ( ancora più drammatiche del sisma stesso) o allo sciame [...]
Enzo Saldutti detto
TERREMOTO 1980: LE ORIGINI DELLO SCEMPIO IN CASTELFRANCI
Si premette che quanto segue non è assolutamente rivolto alla persona in quanto tale bensì ad un ruolo politico che, per ciò stesso, è di natura pubblica e soggetto quindi alle opinioni del cittadino che ha liberamente investito quella persona di quel ruolo. Sono opinioni e vanno quindi rispettate senza prevaricare nelle risposte ma ragionando con riflessioni legittime, fermo restando che siano a parlare i “fatti accaduti” con documenti ineccepibili in sintonia con la verità, non arzigogolando nei sofismi e nei cavilli pretestuosi. E’ il metodo storico: né più né meno.
Perché il centro antico del borgo non è più esistente? Per volontà scellerata della maggioranza eletta nel giugno 1980. La famigerata questione dibattuta nel consiglio comunale del settembre 1981 riguardò una fantomatica via di collegamento per la quale occorreva eliminare il vecchio abitato lungo la rupe del fiume Calore: in particolare i vicoli Pendino e Cancello declinanti verso il piano dell’Ortora. La seduta principiò alle ore sedici: vi fu il rapporto di un architetto repentinamente impugnato da alcuni cittadini presenti.
La minoranza subito espresse opinione contraria per evitare lo scempio della memoria storica. Il dibattito in quella grigia aula delle adunanze fu quanto mai concitato e a niente valsero le arringhe dei minoritari: il destino del vecchio paese era di già segnato. Si riproduce un brano del discorso che enunciò il consigliere di minoranza Angelo Bocchino: «E’ inconcepibile distruggere il centro antico per costruire strade inutili. Nel prendere visione della bozza m’è venuta in mente la Sicilia. Ritengo quanto segue: la maggioranza s’é affidata a tecnici che intendono risolvere il problema solo da un punto di vista progettuale trascurando i motivi storici, sociali e affettivi. Per questo non sono favorevole». Parole profetiche.
Perché si addivenne a quella turpe volontà? Perché annichilire quelle vestigia di lontana rimembranza? Fu solo bruta ignoranza del Bello? Il terremoto del novembre 1980 causò l’emergenza delle distruzioni incontrollate: ovunque si distruggeva senza discernimento di sorta. Si ricordi l’emergenza progettuale ancora più nefasta perché legalizzata da una legge speciale: la numero 219 del 1981. Si aggiunga la legge numero 187 del 1982 che riduce i poteri delle Soprintendenze a tutela del patrimonio storico e identitario: un capolavoro dietro l’altro. Si giustifica l’argomentare di quella maggioranza dicendo: i cittadini vogliono la comodità. Ebbene: e chi la nega? E allora: si costruisca il nuovo ma non si distrugga il vecchio!
Dicesi altresì che di artistico v’era ben poco da salvare. Ma la questione è un’altra: è questione di ignoranza. Solo di ignoranza? Se fu soltanto bruta ignoranza, rispondiamo: nella tradizione non v’è unicamente il lato estetico; v’e un borgo in cui, proprio per lo spazio raccolto, si corroborano legami arcaici, sentimenti, affetti cari, vicinanze familiari, conoscenze e solidale colloquio tra generazioni: vi pare poco?
In qual maniera alla calamità naturale si congiunge il disastro legalizzato? La legge n° 219 sottrae il 20% dal contributo dei cittadini che intendono ripristinare la vecchia abitazione: ecco la chiave di volta, il ricatto tradotto in legge. Ecco la incontrovertibile responsabilità. Ecco la manna per i famelici amministratori. Poi si promette: ognuno vagheggia e si lascia il luogo natio.
E, così come detto, il destino del borgo antico è segnato: l’intrigo politico, i reboanti proclami della villa signorile, la furberia del contributo conforme al numero di famiglia, l’utopia del paradiso venturo riducono il paese a immagine e somiglianza di periferia urbana per chi lo rivede e poi ne ricorda l’antica bellezza.
Si riconosca per eccezione l’intuizione del Bello o, per non usare parole ridondanti, un recupero intelligente benché non sia tanto l’intelligenza quanto la conoscenza estetica alla base di certe iniziative benemerite. Si pensi ad esempio Rocca san Felice, Nusco, Gesualdo, Sant’Angelo, Guardia, Castelvetere et cetera: identità e bellezze ritrovate.
In alcuni borghi della verde Irpinia, sia per volontà di popolo sia per lungimiranza di autorità culturalmente preparate, sono agli antichi splendori: monumenti, palazzi, castelli, monasteri, conventi, episcopi. Si recupera un gusto estetico concomitante quell’economia turistica che a noi appartiene per natura e costume. L’industria pesante in montagna: stoltezza. Perché Castelfranci, borgo medioevale come il nome stesso racconta, non può rivendicare la sua millenaria tradizione? Perché tanto scempio?
Perchè quel disastro di Baiano? Perché la bruta mania della distruzione?
«Ai disastri indiscriminati della cosiddetta emergenza si sono aggiunti quelli “progettuali” contenuti negli strumenti urbanistici e legalizzati dalla legge speciale numero 219 del 1981…
Fu conseguenza della miopia amministrativa generalizzata: ignorando il valore di quanto esisteva e nell’enfasi del consumo finanziario si annientò un patrimonio storico architettonico di grande valore ambientale. La distruzione avvenuta e la cancellazione di ogni segno della civiltà altirpina penalizzano ancora una volta il rilancio del nostro territorio. La legge 219 ha premiato la distruzione e la ricostruzione ex novo a discapito del recupero e del restauro: si è radicalmente annullato il patrimonio preesistente mediante un incentivo economico. Cioè: tutti quei cittadini che intendevano recuperare o riparare la prima abitazione erano penalizzati con una decurtazione del 20% sul buono contributo rispetto a quelli che demolivano e ricostruivano beneficiando di sovvenzioni per il cosiddetto adeguamento al numero familiare.
Una concezione perversa: infatti, i proprietari di case danneggiate, con un incentivo in denaro, abbandonavano il centro storico sperando in condizioni di vita migliore nelle ville dei cosiddetti piani di zona. E così centri abitati trasferiti in lontananza con aumento abnorme di luoghi urbani.
La legge 187 del 1982, modificando la 219, ridusse ulteriormente i poteri delle Soprintendenze impegnate nella salvaguardia dei beni storici e architettonici: non si poté esprimere vincoli sul patrimonio minore o privato.
In breve: ragioni di ordine politico e amministrativo nonché culturale furono alla base di legislazioni distruttive e di saccheggio per un 20% in più.
Al termine del processo ci ritroviamo una moltiplicazione dei luoghi abitativi, sono stati diroccati i centri storici e costruiti i piani di zona. Cioè: autentiche periferie urbane con l’inevitabile degrado sociale, culturale, identitario».
L’ultimo capolavoro del Legislatore si chiamò: ristrutturazione urbanistica. Cioè: coloro i quali intendevano rimanere nel centro storico ottennero il diritto di farlo pure ampliando superfici edilizie accanto o al di sopra delle proprie particelle. Risultato: in teoria il recupero, in pratica nuova edilizia tra le vecchie tipologie. Si immagini l’obbrobrio. O meglio: lo si osservi.
Di qui l’isolamento alienante dell’uno dall’altro. Si registrano casi di recupero intelligente: Guardia, Rocca san Felice, Gesualdo ecc. «Tranne le poche eccezioni riportate, in tutti gli altri Comuni non risulta definito né quanto rimane del centro antico né quanto si è cominciato ex novo.
Nei luoghi storici rimane il vuoto lasciato dagli edifici trasferiti: sono presenti ruderi e sterpaglie. Nei nuovi: lamiere a destra e a manca, obbrobri di marmo, porte cimiteriali in alluminio. Il recupero di alcuni borghi per fine turistico tra i quali anche Castelvetere dimostra che il medesimo costa meno di una nuova costruzione». La caratteristica di una comunità altro non è che il forte legame all’ambiente raccolto in cui si vive, al suo tempo ciclico, alle stagioni, alle costumanze: è cosmos (ordine) che riunisce gli intenti, accoglie l’armonia, espelle l’emarginazione del singolo. Non v’è posto per la solitudine, l’individualismo apolide, per l’angoscia dello spazio ampliato, smisurato, desolato. La comunità è appartenenza, è come un cerchio sacro dove si è protetti da chi si conosce e si riconosce, dove tutto è sempre identico a se stesso e diverso da ciò che esiste altrove. Ogni comunità possiede una cultura, un patrimonio spirituale proveniente dagli antenati, un luogo determinato. Permane nella distinzione con altre comunità egualmente sacre perché diverse nelle abitudini e nello “spazio”.
Ma quando un evento naturale inatteso sopraggiunge devastando quel cerchio, si è come trasportati nel caos (disordine), nella confusione, nell’indistinto, nell’irriconoscibile, nell’inconoscibile. Il tutto ad immagine e somiglianza delle desolanti periferie urbane: non si conosce e non si riconosce l’appartenenza, la storia di una vita, quella di una cultura amica, di una civiltà comune e condivisa.
E dove sarà mai il genius loci? E lo spazio a misura d’uomo? E la casa dove si nacque? E il vicolo dell’infanzia? E la vita sociale? E gli affetti? Questo accadde negli infausti anni ottanta: si annullò il topos (spazio) chiuso e limitato per dare esistenza allo spazio ampliato, orbo di limiti e confini, privo di “spazio umano”.
Si cancellò il passato, l’antico, la memoria. Nella distruzione del centro storico e nel conseguente degrado etico-estetico l’unico metro di giudizio fu il calcolo: la misura, la grandezza, la quantità, il denaro. Questa è la modernità, il pensiero nichilista, il ridurre al nulla separando ciò che per essenza è unito: uomo e Ambiente, uomo e Comunità, uomo e Spazio, uomo e Bellezza, uomo e Cultura.
V’è in architettura una questione di straordinaria importanza, diremmo “decisiva” per l’uomo: ciò che l’ambiente può causare nei comportamenti sociali. Essa è: il determinismo dello spazio; non è di comprensione difficile e può spiegarla un semplice paragone: si pensi il modo di vivere in una grande periferia urbana e quello in un vicolo di un paesino.
Nel nostro caso: il degrado urbano causa la decadenza morale e sociale. Nel concetto espresso rientrano giocoforza la famelica volontà, l’incapacità, l’ignoranza estetica di chi è deputato al governo della cosa pubblica: non può essere altrimenti. Si legga: A. Verderosa, “Distruzione e valorizzazione dei centri in Irpinia”, da cui sono tratte le notizie tra virgolette.
Enzo Saldutti detto
Appare inquietante che qualche amministratore degli anni che seguirono il 1980 (libero da ogni evidente e ineccepibile attribuzione di colpa per grazia ricevuta dai suoi feudatari politici) ancora si presenta in pubblico con la spudoratezza tipica dello sciacallo. Quel tragico evento lo gonfiò di ogni bene e di ogni ricchezza sfruttando il dolore altrui con demoniaca destrezza. E (beffa della sorte) persiste a cavillare con ragionamenti speciosi per tentare (non ci riesce con me) di propinare alla buona gente (che davvero ha patito per quel terribile evento) la sua vergine innocenza. E lo fa (con cinismo senza pari) anche ricorrendo a manifestazioni culturali che pullulano nella stagione estiva dove si recupera e si rimpiange a parole (cioè: a vuoto sprecando denaro pubblico) quel che di Castelfranci non v’è nemmeno l’ombra. Codesto spudorato (per fortuna e per intelligenza dei cittadini) è oggi un emarginato, scansato, schivato, sente questa tremenda frustrazione e spesso reagisce anche ricorrendo alla violenza verbale e fisica. Purtroppo la coda di paglia facilmente s’infiamma e brucia. Nondimeno, come dicevo sopra, appena si presenta l’occasione estiva: lo vedi lì, seduto a partecipare o addirittura a presiedere (nella sala consiliare o in qualche Circolo locale) a quei convegni sul passato, sulle tradizioni, su ciò che ha dapprima distrutto per impinguarsi e che ora continua a sfruttare per puro ed ipocrita esibizionismo. E che cosa esibisce? Anzi, che cosa può esibire dinanzi ad un pubblico ovviamente paesanotto e sempliciotto? Pensate un po’: Poesie, Romanzi, Relazioni Cattedratiche. Io le chiamo così per pura convenzione. In realtà sono: esattamente l’esatto contrario. Poesie scopiazzate che fanno o ridere o piangere, Relazioni contorte e sgrammaticate sino all’inverosimile (con quella ricerca della parolina ad effetto per gabbare l’ignorante come lui). Inoltre scrive addirittura libri od altro: naturalmente per opera di qualche sperduta tipografia o provinciale casa editrice. Si nota con estrema chiarezza la sua incolmabile e atavica ignoranza in lingue e letterature classiche. Io talvolta mi presento per ascoltarlo, talaltra scappo via dopo 5 minuti. Non riesco a sopportare lo sciacallo, il poetastro, il poetuncolo, l’ignorante che se in Castelfranci è schivato: altrove dire “sconosciuto” è dire troppo poco.
Enzo Saldutti detto
Ma quel che fanno ancor più rabbia son la boria, l’alterigia, il linguettare alla De Mita (chiaro sintomo di complesso mentale) con cui si atteggia in questi convegni di storia locale, di recupero di tradizioni, di queste sedute (per lui) efficacemente psicoterapeutiche. Che pieta e che vergogna! Presiede e parla di ciò che, da amministratore, ha distrutto. Pensate un po’: mi aggredì in pubblica piazza dinanzi a testimoni per avergli semplicemente rimproverato il suo passato di amministratore distruttivo e distruttore di ogni traccia dell’antico Paese. Che poeta! Che esteta! Che signore! Che garbo! Che intellettuale (ovviamente tutto ciò non oltre i confini di Castelfranci: altrove è un emerito sconosciuto). Questo sia chiaro a tutti una volta per tutte! Per non parlar dei recensori di sue “mortifere” poesie per lessico, metrica, sintassi e contenuto. E’ additato persino come “elegante foriero della lirica del nostro Paese”. Non so chi siano codesti recensori di livello internazionale: forse Gentile redivivo o forse Benedetto Croce anch’egli redivivo. Sta di fatto che mi si insinua qualche perplessità. Vogliamo fare appello alla Gelmini per sostiutuirlo a d’Annunzio nei manuali per Liceo? E’ sì vasta la cultura classica che dai suoi “versi” traspare da far impallidire persino l’estetica alcionia. Tutto ivi ritroviamo: immaginifico di connotazioni giammai prima intuite, magia musicale della parola, estetizzanti qualità foniche più che banalmente descrittive, nessuna concessione figurativa, solo e soltanto cadenza musicale, concerti armonici di versi melodici e melodiosi sulla falsariga della lirica etimologicamente intesa: si ricordi che i greci accompagnavano la poesia con le note di strumento. Non si sa mai: forse codesto poeta ebbe i natali in cima al Parnaso. E qual Musa lo allevò per sì tanta gloria patria? E che senso ha più legger: La pioggia nel pineto, La sera fiesolana, Le stirpi canore, Meriggio? Ma sì! Buttiamo tutto via: Maia, Alcyone, Merope, Asterope. Con tanto annobilimento delle parole, con tanta cultura classica: questo ex esperto di motori a scoppio e di ruote dentate è “capax” eziandio di romanzi e drammaturgia. E allora, buttiamo via anche: Il piacere, Le vergini delle rocce, Il fuoco, Il trionfo della morte, La figlia di Iorio, Francesca da Rimini, Il notturno. Non avrà problemi benché ignorante in Lingue e Letterare Antiche. Sempre ci sarà qualche politico (pardon: qualche Musa del Parnaso) che gli elargirà lectiones di metrica, prosodia, sintassi latina e greca. E quindi imparerà (senza raccomandazioni) anche il periodo ipotetico, la protasi, l’apodosi, la perifrastica attiva, la consecutio temporum, l’ablativo assoluto, i verbi deponenti, il dialetto omerico, eolico, dorico: con buona pace vuoi di Gabriele d’Annunzio vuoi di Giosuè Carducci vuoi del loro classicismo. Non ho citato Montale, Quasimodo e roba del genere perché mi ribello agli scopiazzatori.
Andrea Sperelli detto
Mi rivolgo agli scopiazzatori Montale e Quasimodo, allo scopiazzatore a sua volta di entrambi e gli dico:
“Taci, impara, ascolta questa “vera” magia musicale, fai inchino, inginocchiati e poi buttati a mare: ma quando esso è in tempesta”.
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse…
Piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti…
Piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne…
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Claudio Cantelmo detto
Lirica scritta a 16 anni dal grande d’Annunzio (PRIMO VERE): scopiazzatori perché non vi buttate a mare? Cosa aspettate? Quasimodo, Montale: scopiazzatori del Vate. Ma chi siete? Chi vi conosce? Solo i vostri scopiazzatori con quelle loro “poesie” (si fa per dire) soffuse e pallide di quel pallore che annunzia il dissolvimento dopo la morte. Ma chi perde tempo a recensire il Tedio? Io dico: il Nulla. A meno che non trattasi di psicoterapia: scrivete pure! Ma cambiate genere letterario: un bel diario vi rende immuni dalla derisione. O no? Fate piuttosto pubblica opera di pentimento per aver distrutto un paese in modo ancor più violento del fenomeno tellurico stesso. Organizzate un convegno e confessate pubblicamente a guisa medesima del cristianesimo paolino. Così facevano nel primo secolo dopo Cristo. Redimersi pubblicamente: solo questo è ciò vi resta. Lasciate stare i convegni inutili e insulsi. Siete libri aperti: tutti vi conoscono. Poi: restate calmi, non v’arrabbiate, non ricorrete alla violenza (persino in pubblica piazza) se qualcuno vi dice la verità. E’ un consiglio: la galera per una denuncia è possibile nonché facilmente confortabile.
Pallida rosa, che da ‘l verde céspite
ridi con disìo placido
a ‘l bel vale d’amor de ‘l sole occiduo
e gli mandi i tuoi balsami,
senti tu tra le foglie i dolci fremiti
ch’or la natura scuotono?
intendi la canzon che canta Zefiro
tra’ rami di que’ platani?
Ecco, il tuo stelo trema a ‘l bacio languido
d’un amante libellula,
e le viole invidiando guardano
i tuoi divini gaudii:
da l’oriente la stella di Venere
ti vibra il raggio pronubo,
mentre le gaie rondini cinguettano
per te l’epitalamio.
Le petulanti passere rispondono
da le pampinee pergole
con trilli, con garriti di letizia
e piluccando i grappoli.
La cascatella i piccoli echi suscita
per li verdi silenzii,
simile a suon di chitarrino e flauto
in nuzial corteggio…
Deh, come lieta l’armonia de l’etere
in questa solitudine!
Come son belli questi tuoi connubii,
o cara terra vergine!
Io chiedo un’onda di celesti effluvii
a ‘l sacro fior di Venere:
chiedo che un raggio de’ suoi caldi vesperi
doni a’ miei carmi Apolline.
Giorgio Aurispa detto
Confessioni pubbliche per redimersi: è solo ciò che vi resta per una vecchiaia in santa pace con Dio e con se stessi. Bisogna però aggiungere tal fioretto ad altri fioretti, conquistare pian pianino onore e dignità, ciò che rende l’uomo “un uomo vero”. Cioè: abiurare le menzogne, le calunnie gratuite, il discorrere in assenza delle persone, il malvezzo delle calunnie alle spalle, le vigliaccherie d’ogni sorta. Altrimenti (come dice il Vate che di coraggio e onore e dignità era modello ineguagliabile): un’aquila ha concepito posando sopra una rupe e partorirà un fierissimo leone, cupido di carne e che opererà senza sosta strage di sciacalli e di carne umana vile e flaccida.
Filippo Arborio detto
E tutti gli amministratori del dopo terremoto (come Dante connotava la famelica lupa) mostravano natura sì malvagia e ria che mai empivano la bramosa voglia e, dopo il pasto, avevano più fame che prìa. In apparenza baldanzosamente sciacalli per la manna cadente dal cielo grazie alle disgrazie altrui, non capivano che il tempo lento e onesto li avrebbe inghiottiti nei suoi gorghi melmosi. Costoro non immaginavano di scomparire nel peggior modo possibile in quella putredine che fluttua e si solleva nauseabonda. Io non voglio dire fin dove siano giunti vergogna, disonore, ignominia perché dovrei usar parole che offenderebbero i vostri occhi e le vostre orecchie: e dopo converrebbe purificare l’aria che li circonda con sacchi d’incenso. Io son partito da Castelfranci soffocato dal disgusto, non trovavo più la parola “dignita” neanche nel mio vecchio Zingarelli. Ma ora penso al loro dissolvimento quasi con giubilo: degradati, isolati, schivati, allontanati sì come nel lazzaretto manzoniano. Prima del 23 novembre 1980: non avevo mai visto nella mia Castelfranci siffatti individui ingordi e pestiferi. Non avevo mai compreso appieno cosa producesse l’uomo senza dignità. Oggi, or che le tante brutture e sozzure commmesse appaiono in tutta la loro limpida evidenza, nascosti nelle loro isolette lacustri: di tanto in tanto uno fra essi fa capolino (come poetuncolo, poetino, poetastro, presidente, recensore del Nulla) in qualche pscicoterapeutico (per lui) convegno con quella voce (emanante un suono affogato,) sempre più tediosa ed inquietante che aggrava il disgusto. E’ tutto si manifesta più chiaro: si tenta, si prova (non ci si riesce) obliare l’onta con ridicoli travestimenti da intellettualoidi che in quanto tali non vedono il loro nomignolo varcare neanche le nere colonne del nostro cimitero. Primieramente questo ho appreso, mio caro lettore. Ed il Vate m’ispirò.
Enzo Saldutti detto
Quanto ho scrito è frutto di serie informazioni, ineccepibili documentazioni orali e scritte, pronto ad esibire quel che conservo da anni. Conoscendo dalla testa ai piedi certi individui: mi aspetto di tutto. Ma troveranno un osso duro che li farà ballare come i sorci in gabbia. Scrivo con il cuore in mano, scrivo anche e soprattutto con il più grande augurio che in Abruzzo non accada ciò che accadde in Irpinia: la vergogna, la spudoradezza, lo schifo, lo sciacallaccio diabolico sulla pelle di vittime innocenti (da una parte: amministratori senza dignità per un pugno di dollari; dall’altra: politici acquiescienti e senza scrupoli per un pugno di voti). Che pietà!
Enzo Saldutti detto
Il titolo dato: TERREMOTO DELL’80 IN IRPINIA, SIMBOLO DI MALAFFARE, SPRECO, RUBERIA è perfetto, incontrovertibile, dimostrabilissimo, evidente, chiaro più della luce del sole.
Eppure: giunte, amministratori, poetastri (poc’anzi menzionati) con spudoratezza inaudita negano. Io glielo detto in faccia quello che hanno compiuto negli infausti anni ’80: sono fatto così. E potrei colmare un diario per insulti, minacce, parole e azioni violente rivoltemi in pubblica piazza. Potrei sporgere denunce di ogni sorta ma, poiché mi ritengo un galantuomo, non ricorro a siffatte risoluzioni: non rientrano nel mio stile.
Codesti signori, per contro e per istinto famelico, sono capaci di tutto e del contrario di tutto: mentono, tradiscono, calunniano alle spalle, non concepiscono nemmeno l’ombra di cosa vuol dire “humanitas, onore, dignità, onestà, galanteria”.
Castelfranci li ha capiti, li ha emarginati, li evita, li scansa, li schiva, li rifiuta, li ripudia, non li sopporta.
Luca Gori detto
Poetastri, poetuncoli, poetini, recensori, scrittori, centri di docomentazioni del Nulla: raccogliete il vostro materiale e conferite ad esso questo titolo “I GIORNI DELLO SCIACALLO”.
Non tutti voi siete responsabili della vergogna irpina anni ’80, ma quelli che lo sono: in pubblica piazza, un’incudine, un maglio che picchia a furore sulle mani e le faville scintillanti per l’aria che li circonda.
Il Vate scrisse “Le faville del maglio”: noi le vogliamo vedere.
Luca Gori detto
Ho scritto “CENTRO DI DOCOMENTAZIONE” e non “DOCUMENTAZIONE”. Sapete perché: ma che volete documentare? cosa avete da raccogliere? chi vi calcola? chi siete? con tanti colossi della Letteratura italiana, le persone intelligenti e colte perdono tempo dietro il Nulla? Tuttavia un centro di documentazione: non sarebbe poi del tutto inutile se dipendesse dalle tematiche da trattare e che davvero susciterebbero interesse. Mi spiego.
Poiché la VERITAS è proprietà trascendentale di Dio (o filosoficamente) dell’Essere: una sola saggia cosa è da farsi.
Non tutti, ma qualcuno di codesti documentatori: documentino se stessi, scrivano la loro biografia, raccontino quello che hanno compiuto nel nome e nel segno di quella VERITAS che solo li può sollevare e MONDARE dal fango putrido di cui sono coperti. Poi: organizzano un convegno e presentino il volume ai galantuomini.
Antonio Spirito detto
A qualche amministratore degli infasti anni ’80 che fa il poeta, l’intellettuale (ovviamente non oltre Castelfranci giacché sconosciuto oltre le nere colonne del cimitero)dico: Quando ascolto “La pioggia nel pineto” odo magia musicale. Chiedo e mi chiedo: come fa a dichiararsi “poeta” uno qualunque?
Cosa è questo centro di documentazione? Ma che cosa è? Ma perchè non si pensa che certe cose appartengono solo e soltanto ai fuoriclasse?
La poesia, come l’etimo greco evoca, è parola musicale: quando la si tenta o si è cretini o si è cretini.
Un famoso cantautore disse: “fino a 16 anni si scrive poesia, dopo o si è poeti o si è cretini”.
Giorgio De Bonis detto
Graecis Latinisque Litteris ignoratis, noli adfectare quod tibi non est datum: delusa ne spes ad querelam recidat. Aiuto per la traduzione: quì trovi un ablativo assoluto e una proposizione finale ad hoc.
Se poi ti appaga il culturame paesanotto e psicoterapeutico: non darti pena per le lingue classiche, pian pianino (e nel tuo italiano) documenta tutto (anche quel che di autobiografico non conviene). Documentare è render noto e manifesto ciò che non ancora si rivela. Un centro di documentazione: o è completo o non è, o è verità o non è, o è coraggio o non è, o è onore o non è. Ma io dico qualcosa di più: o è dignità o non si fa.
Giorgio De Bonis detto
Dopo le spudoratezze amministrative: si obliano dietro centri di documentazione poetica. Io credo per fini psicoterapeutici benché altri dicono per vergogna. Ad ogni modo: l’unica vita grama che gli resta è appunto quella del nascondimento. Pensate un po’: in un centro di documentazione poetica. Non gli è bastato profanare la dignità: ora tentano anche la profanazione della Poesia (che è cosa troppo nobile per chi è privo di onore). Ma chi li accoglie? O meglio: li conoscono? Che lo sappiano: certi individui non apportano prestigio e gloria. Infamia? Apporto in cornucopia.
Giorgio De Bonis detto
In siddetta “comunità paseologica” risulta o no qualche ex amministratore sedicente “poeta” (poiché il poeta è bel altra cosa) che è in maniera diretta e responsabile (ovviamente con altri “non poeti”) della distruzione totale del centro storico di un paese medioevale di nome Castelfranci nonché di un intero bosco per costruire una fasulla fabbrica che, dopo il prevedibile fallimento, divenne persino discarica di rifiuti urbani provenienti da Napoli? E costui sarebbe un custode del bel paese? Ma perché ci prendiamo per i fondelli? E allora: come e con quale requisiti (per non dire coraggio) si permette in comunità l’ingresso di certi individui? Poi: esimio professor Saggese, lei conosce a fondo codesto (per me) poetuncolo? Sa che è tutto a suo danno quel che di lui leggo da te scritto: “poeta”, “fine recensore”, “elegante”, “intellettuale”, “critico”. Forse sbaglio. Può darsi che abbiamo inconsapevolmente un d’Annunzio redivivo, un Sapegno, un Croce egualmente redivivo, un Gentile altrettanto redivivo. Fatto sta che non ritrovo il suo presunto onorabile nomignolo: né in manuali per Licei né in manuali accademici né in testi specialisici né in riviste letterarie di tono scientifico. Nulla di nulla. Quindi: calma, calma, calma. Ma ribadisco: il problema non è di natura letteraria. E’ accettare in una “comunità paseologica” un elemento del genere.
Giorgio De Bonis detto
Già mi sono stati negati alcuni commenti senza motivo.
A che serve scrivere “Lascia un commento”? A fare apologie e viscido servilismo? E allora: coraggio! Si commenta e si replica: dov’è il problema? Io non ho paura delle repliche o di qualsiasi risposta perché sono dannunziano e grido: ME NE FREGO.
E se si vogliono nomi e cognomi: sono prontissimo. Come sono prontissimo a rispondere con dati, documenti, cognizioni di causa. Le denunce? I vigliacchi ricorrono a questo. E poi: il problema (non per me ma per qualche mio interlocutore) esiste. E dico: esiste. Non dico: esisterebbe.
Se si è in democrazia i commenti vanno pubblicati: o siamo nella comunista Bulgaria? Chiedo, molto cortesemente, la pubblicazione di quanto segue.
Nella vita contano tre cose: onore, dignità e verità.
In siddetta “comunità paseologica” risulta o no qualche ex amministratore sedicente “poeta” (poiché il poeta è bel altra cosa) che è in maniera diretta e responsabile (ovviamente con altri “non poeti”) della distruzione totale del centro storico di un paese medioevale di nome Castelfranci nonché di un intero bosco per costruire una fasulla fabbrica che, dopo il prevedibile fallimento, divenne persino discarica di rifiuti urbani provenienti da Napoli? E costui sarebbe un custode del bel paese? Ma perché ci prendiamo per i fondelli? E allora: come e con quale requisiti (per non dire coraggio) si permette in comunità l’ingresso di certi individui? Poi: esimio professor Saggese, lei conosce a fondo codesto (per me) poetuncolo? Sa che è tutto a suo danno quel che di lui leggo da te scritto: “poeta”, “fine recensore”, “elegante”, “intellettuale”, “critico”. Forse sbaglio. Può darsi che abbiamo inconsapevolmente un d’Annunzio redivivo, un Sapegno, un Croce egualmente redivivo, un Gentile altrettanto redivivo. Fatto sta che non ritrovo il suo presunto onorabile nomignolo: né in manuali per Licei né in manuali accademici né in testi specialisici né in riviste letterarie di tono scientifico. Nulla di nulla. Quindi: calma, calma, calma. Ma ribadisco: il problema non è di natura letteraria. E’ accettare in una “comunità paseologica” un elemento del genere.
Giorgio De Bellis detto
Mi rivolgo agli scopiazzatori del d’Annunzio Montale e Quasimodo. Poi al poetastro di Castelfranci a sua volta scopiazzatore di entrambi e gli dico:
“Tu non conosci nemmeno l’alfabeto della lingua greca (matrice ineludibile di ogni possibile cultura) e per ciò stesso in tal lingua sei: ANALFABETA.
Taci, impara, ascolta questa vera magia musicale, fai inchino, inginocchiati e poi buttati a mare: ma quando esso è in tempesta”.
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse…
Piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti…
Piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne…
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
Giorgio De Bellis detto
Purtroppo è così: amministatore responsabile delle porcherie anni’80, perito tecnico ed esperto in tubi catodici, motori a scoppio e ruote dentate, analfabeta in lingua greca, poeta sedicente.
Enzo Saldutti detto
La Comunità provvisoria (paesi, paesaggi, paesologia) mi avverte di non tediare i lettori allorché, guarda caso, cerco di rendere manifesto quanto (per conoscenza diretta e documentaria) accadde in Irpinia negli infausti anni ’80. Mi taccia di mancanza di coraggio perché quel che scrivo lo dovrei manifestare in piazza. Poi mi taccia di pettegolezzi. Poi mi taccia di frustrazione vetusta. Pensate un po’. Poi mi taccia di adoperare pseudonimi.
CORAGGIO
Primo. In piazza, parlo, ribadisco, denuncio (a volte sempre da solo) e con voce altisonante quel che il titolo summenzionato mirabilmente riassume: MALAFFARE, SPRECO, RUBERIE.
Secondo. E mi rivolgo non solo ai giovani purtroppo ignari, ma parlando in faccia soprattutto ai diretti responsabili che, a loro volta, minacciano, aggrediscono verbalmente e persino con azioni violente senza tener minimo conto della presenza di testimoni. Inoltre quel che pubblicamente dico: lo scrivo. Si confronti qualche mio libro e tutti gli articoli apparsi sui quotidiani di Avellino (firmati: Enzo Saldutti).
PETTEGOLEZZI
Se trattasi di pettegolezzi ciò che appare come Verità più splendente del sole: centro storico medioevale del paese raso al suolo per costruire una fantomatica via che ancora oggi non esiste, un intero bosco distrutto per una fabbrica fallita e dove sono persino stati depositati rifiuti urbani provenienti da Napoli et cetera: perché i diretti responsabili minacciano e agiscono con violenza nei miei confronti?
VETUSTA FRUSTRAZIONE
E quale sarebbe il motivo di tale frustrazione? Io sono una persona che insegna senza raccomandazioni politiche, non mi manca assolutamente nulla, vivo giosamente, mi diverto giorno e notte. Chi ha complessi o frustrazione? Uno come me o uno che obnubila scheletri nei vecchi armadi tarlati: favoritismi politici, posti di lavoro elargiti senza merito dai feudatari democristiani, terremoto che per loro sopravviene come manna dal cielo? Chi deve curare complessi psichici tramite convegni, poesie, manifestazioni con parole che dicono l’esatto contrario di ciò che hanno commesso. Questi convegni (non mi rivolgo a tutti i partecipanti: ci mancherebbe) sono benemeriti ma li detesto e non vi partecipo proprio per l’assidua presenza di certi individui che meritano ciò che penso ma non dico. Codesti individui li conosco da una vita e do per certo che proprio esibendosi in queste occasioni con quel linguettare alla De Mita svolgono le loro necessarie cure psicoterapeutiche.
PSEUDONIMI
Non occorrono intelligenze angeliche per capire che l’uso dello pseudonimo è un puro e semplice vezzo scherzoso. Ebbene: sono Enzo Saldutti, con titolo accademico conseguito presso la Facoltà Teologica “Tommaso d’Aquino” di Napoli, docente di scuole superiori, studioso ed esperto di esegesi biblica, di opere dannunziane con il seguente indirizzo email (vsaldutti@yahoo.it).
Da Vespa la consegna delle case in Abruzzo la Rai cancella la puntata di Ballar - Pagina 62 - Politica in Rete Forum detto
[...] [...]
09 Ottobre 1963 …le mani sulla città…ancora. detto
[...] http://irpinianelmondo.wordpress.com/2009/04/09/terremoto-dell80-in-irpinia-simbolo-di-spreco-ruberi… [...]
Enzo Saldutti detto
Castelfranci sotto i colpi dei famelici amministratori del dopo terremoto
Si premette che quanto segue non è assolutamente rivolto alla persona in quanto tale bensì ad un ruolo politico che per ciò stesso è di natura pubblica e soggetto quindi alle opinioni del cittadino che ha liberamente investito quella persona di quel ruolo.
Sono opinioni e vanno rispettate senza prevaricare nelle risposte ma ragionando con riflessioni legittime, fermo restando che siano a parlare i “fatti accaduti” con documenti ineccepibili in sintonia con la verità, non arzigogolando nei sofismi e nei cavilli pretestuosi.
E’ il metodo storico: né più né meno.
Proseguiamo dicendo che il centro antico del borgo non è più esistente per volontà scellerata della maggioranza eletta nel giugno 1980.
La famigerata questione dibattuta nel consiglio comunale del settembre 1981 riguardò una fantomatica via di collegamento per la quale occorreva eliminare il vecchio abitato lungo la rupe del fiume Calore: in particolare i vicoli Pendino e Cancello declinanti verso il piano dell’Ortora.
La seduta principiò alle ore sedici in punto: vi fu il rapporto di un architetto repentinamente impugnato da alcuni cittadini ivi presenti. La minoranza subito espresse opinione contraria onde evitare lo scempio della memoria storica .
Una documentazione esaustiva della disputa appena trattata è contenuta nel libro di Alessandro Di Napoli, Castelfranci tre anni dopo, Tipografia Irpina, Lioni (Av) 1984, pp. 111-113. L’autore giustifica le posizioni della maggioranza: licet, quod cuique libet, loquatur (Cic.).
Il dibattito in quella grigia aula delle adunanze fu quanto mai concitato e a niente valsero le arringhe dei minoritari: il destino del vecchio paese era di già segnato. Si riproduce un significativo brano del discorso che enunciò il consigliere di minoranza Angelo Bocchino.
«E’ inconcepibile distruggere…il centro antico per costruire strade…inutili… Nel prendere visione…della bozza…m’è venuta in mente la Sicilia. Ritengo [quanto segue]: la maggioranza s’é affidata a tecnici che intendono risolvere il problema solo da un punto di vista progettuale trascurando i motivi storici, sociali e affettivi. Per questo non sono favorevole…» .
Si confronti l’archivio del Comune di Castelfranci, Registro delle deliberazioni comunali, settembre 1981. V’è in architettura una questione di straordinaria importanza, diremmo “decisiva” per l’uomo: ciò che l’ambiente può causare nei comportamenti sociali (il determinismo dello spazio). Il concetto non è di comprensione difficile e può spiegarlo un semplice paragone: si pensi il modo di vivere in una grande periferia urbana e quello in un vicolo di un paesino. Si confronti pure Luisa Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Mimesis editore, Milano 1997.
Parole profetiche. Perché si addivenne a quella turpe volontà? perché mai annichilire quelle vestigia di lontana rimembranza? fu solo bruta ignoranza del Bello? il terremoto del novembre 1980 fu evento incontrollabile, seguirono “distruzioni incontrollate”: ovunque si distruggeva senza discernimento di sorta. Si ricordi l’emergenza progettuale e legalizzata da una legge speciale: la numero 219 del 1981. Si aggiunga la legge n° 187 del 1982 che riduce i poteri delle Soprintendenze a tutela del patrimonio storico e identitario: un capolavoro dietro l’altro. Talvolta si giustifica il Legislatore: licet, quod cuique libet, loquatur (Cic.).
Talaltra si giustifica dicendo: i cittadini vogliono la comodità. Ebbene: e chi la nega? e allora: si costruisca il nuovo ma non si distrugga il vecchio. Dicesi che di artistico v’era ben poco da salvare. Ma la questione è un’altra: è questione d’ignoranza.
La nostra tradizione non era solo estetica: v’era un borgo in cui, per l’umano spazio raccolto in una architettura armonica, si corroboravano legami arcaici, sentimenti, vicinanze familiari, conoscenza e solidale colloquio tra generazioni: vi pare poco? In qual maniera alla calamità naturale si congiunge il disastro legalizzato? La legge n° 219 sottrae il 20% dal contributo dei cittadini che intendono ripristinare la vecchia abitazione. Ecco la chiave di volta. Ecco la manna per i famelici amministratori. Si promette, si vagheggia, si lascia il luogo natio. E così come detto il destino del borgo antico è segnato: l’intrigo politico, i reboanti proclami della villa signorile, la furberia del contributo conforme al numero di famiglia, l’utopia del paradiso venturo riducono il paese a immagine e somiglianza di periferia urbana per chi lo rivede e poi ne ricorda l’antica bellezza.
Si riconosca comunque l’intuzione del Bello o, per non usare parole ridondanti, un recupero intelligente benché non sia tanto l’intelligenza quanto la conoscenza estetica alla base di certe iniziative benemerite. Si pensi ad esempio Rocca san Felice, Nusco, Torella, Gesualdo, Sant’Angelo, Guardia, Castelvetere, nonché la splendida Dogana aragonese di Flumeri: architetture e bellezze ritrovate. In alcuni borghi della verde Irpinia, vuoi per volontà di popolo vuoi per lungimiranza di sagge autorità culturalmente preparate, sono riportati agli antichi splendori: monumenti, palazzi, castelli, monasteri, conventi, episcopi.
Si recupera un gusto estetico concomitante quell’economia turistica che a noi appartiene per natura e costume. «La fortuna d’Italia è inseparabile dalle sorti della Bellezza di cui ella è madre» diceva Gabriele d’Annunzio ne “Il libro ascetico della giovane Italia”.
Perché Castelfranci, borgo medioevale come il nome stesso racconta, non può rivendicare la sua millenaria tradizione? perché cotanto scempio? perchè quel disastro nel bosco di Baiano? perché la bruta mania della distruzione barbarica?
«Nell’area del cratere si è recuperato pochissimo degli antichi insediamenti. Alle distruzioni della natura si aggiunsero quelle “progettuali”: contenute negli strumenti urbanistici e legalizzati dalla legge speciale n° 219 del 1981.
Fu conseguenza della miopia amministrativa generalizzata: ignorando il valore delle preesistenze e nell’enfasi del consumo finanziario si è annientato un patrimonio storico architettonico di grande valore culturale e ambientale. La distruzione avvenuta e la cancellazione di ogni segno della civiltà altirpina penalizzano ancora una volta il rilancio del nostro territorio. La legge n° 219 ha premiato la distruzione e la ricostruzione ex novo a discapito del recupero e del restauro: si è abbattuto il patrimonio preesistente mediante un incentivo economico legislativo.
Cioè: tutti quei cittadini che intendevano recuperare o riparare la prima abitazione erano penalizzati con una decurtazione del 20% sul buono contributo rispetto a quelli che diroccavano e ricostruivano beneficiando di sovvenzioni per il cosiddetto adeguamento al numero familiare, superfici non residenziali e autorimesse.
Una concezione perversa: i proprietari con un incentivo in denaro abbandonavano il centro storico sperando in condizioni di vita migliori nelle ville dei cosiddetti piani di zona. E così centri abitati trasferiti in lontananza con aumento abnorme di luoghi urbani desolanti. La legge n° 187 del 1982, modificando la n° 219, ridusse ulteriormente i poteri delle Soprintendenze impegnate nella salvaguardia dei beni architettonici e non si potè esprimere vincoli sul patrimonio minore o privato. In breve: ragioni di ordine politico, amministrativo e culturale furono alla base di legislazioni distruttive [e di saccheggio] per un ventipercento in più. Al termine del processo ci ritroviamo una moltiplicazione dei luoghi abitativi, sono diroccati i centri storici e costruiti i piani di zona.
Cioè: costose periferie urbane con l’inevitabile degrado sociale, tornaconti e tangenti. Si pensi: Morra, Lioni, Bisaccia, Castelfranci. Un senso di “non finito” caratterizza quello che rimane del vecchio e del nuovo. Si pensi lo spreco del pubblico denaro in Laviano. Ma si registrano casi di recupero intelligente: Guardia, Rocca, Gesualdo, Sant’Angelo, Nusco, Sant’Andrea di Conza. Tranne poche eccezioni, ad un quarto di secolo dal terremoto, in tutti gli altri Comuni non risulta definito né quanto rimane del centro antico né quanto si è cominciato ex novo. Nei luoghi storici rimane il vuoto lasciato dagli edifici trasferiti: sono presenti ruderi e sterpaglie. Si aggiunge: il recupero di alcuni borghi per fine turistico tra i quali anche Castelvetere dimostra che il medesimo costa meno di una nuova costruzione» .
L’ultimo capolavoro del Legislatore si chiamò con seguente terminologia: ristrutturazione urbanistica. Cioè: coloro i quali intendevano rimanere nel centro storico ottennero il diritto di farlo pure ampliando superfici edilizie accanto o al di sopra delle proprie particelle. Risultato: in teoria il recupero, in pratica nuova edilizia tra le vecchie tipologie. Si immagini l’obbrobrio.
O meglio: lo si osservi. La caratteristica di una comunità è il forte legame al piccolo ambiente in cui si vive, al suo tempo ciclico, alle stagioni, alle costumanze: è cosmos (ordine) che riunisce gli intenti, accoglie l’armonia, espelle, rifiuta l’emarginazione del singolo. Non v’è posto per la solitudine, l’individualismo apolide, per l’angoscia dello spazio universale, ampliato, smisurato, desolato. La comunità è appartenenza, è come un cerchio sacro dove si è protetti da chi si conosce e si riconosce, dove tutto è sempre identico a se stesso e diverso da ciò che esiste altrove. Ogni comunità possiede una cultura, un patrimonio spirituale proveniente dagli antenati, un luogo determinato. Permane nella distinzione con altre comunità egualmente sacre perché diverse nelle abitudini e nello “spazio”.
Ma quando uno straordinario evento sopraggiunge devastando il cerchio sacro si è come trasportati nel caos della confusione, dell’indistinto, dell’irriconoscibile, dell’inconoscibile. Così è la periferia urbana: non si conosce e non si riconosce l’identità, la storia di una vita, quella di una cultura amica, di una civiltà comune e condivisa. E dove sarà più il genius loci? e lo spazio a misura d’uomo? e la dimora dove si nacque? e il vicolo dell’infanzia? e la vita sociale? e gli affetti più cari? quel che i latini dicevano “comunitas”?
Questo accadde negli infausti anni ottanta: si annullò il topos (spazio) chiuso e limitato per dare esistenza al topos ampliato, orbo di limiti e confini, privo di “spazio umano”. Si cancellò il passato, l’antico, l’appartenenza, la memoria. Nella distruzione del centro storico l’unico metro di giudizio fu il calcolo: la misura, la quantità, il potere, il denaro.
E quale evento è propizio come quello straordinario per consentire la corruttela politica, il losco affare del predone, l’opera inutile, il numero falsificato dei Comuni colpiti? di quì il ridurre al nulla separando ciò che per essenza è unito: uomo e ambiente, uomo e comunità, uomo e tradizione, uomo e spazio, uomo e bellezza, uomo e storia, uomo e cultura.
Nel concetto summenzionato rientrano la volontà famelica, l’incapacità, l’ignoranza, di chi è deputato al governo della cosa pubblica: non può essere altrimenti.
Si richiama un concetto: v’è in architettura una questione di straordinaria importanza, diremmo decisiva per l’uomo: ciò che l’ambiente può causare nei comportamenti sociali (il determinismo dello spazio). Il concetto non è di comprensione difficile e può spiegarlo un semplice paragone: si pensi il modo di vivere in una grande periferia urbana e quello in un vicolo di un paesino. E quindi: se degrado urbano allora decadenza sociale.
L’imbarbarimento antropologico fu ulteriormente aggravato da un’altra “geniale” idea della classe politica democristiana: il covulso, maldestro e irrazionale progetto dell’industria nelle zone tortuose di montagna. Come si potè immaginare una cosa del genere all’interno di zone o territori impervi dove a stento già i primi soccorsi nella fase dell’emergenza riuscirono a varcare? come mai si ignorava che l’economia del Meridione fosse di prevalenza agricola, turistica e artigianale?
Tutto appare come un paradosso ma tant’è: spreco, abiezione, ruberia, malaffare, abuso, falso ideologico in atto pubblico. Cosa c’è di più obbrobrioso come lo speculare sulle disgrazie umane? ciò nonostante i politici locali e nazionali furono di ben altro avviso. Il Mezzogiorno d’Italia con l’Irpinia in particolare fu il luogo del più cinico potere clientelare con rapporti di forza tale da costituire uno dei più vasti apparati di consensi tra le masse popolari riducendone la libertà di scelta ricattando le coscienze di persone indigenti e per ciò stesso deboli e indifese. E si trattò di un potere politico e camorristico al tempo stesso: forte, tenace, invincibile, indistruttibile che uscì indenne da una lunga serie di processi e inchieste giudiziarie.
Nel 1988 Montanelli dalle righe del quotidiano “Il Giornale” tratta la gestione illecita del pubblico denaro assegnato alla ricostruzione in Irpinia da parte di alcuni importanti esponenti politici di quel tempo: ovviamente democristiani per la maggior parte. E ancora Martini scrive su “Panorama” un articolo sul medesimo argomento. Per indagare su codesti illeciti fu istituita una commissione parlamentare presieduta dal democristiano Oscar Luigi Scalfaro: futuro Presidente della Repubblica. E cosa accadde? ciò che era prevedibile. Ricordando che fra le persone coinvolte figuravano i nomi di Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino, Enzo Scotti, Antonio Gava, Francesco de Lorenzo e il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti: l’inchiesta ebbe fine con la prescrizione dei capi d’accusa e la totale assoluzione degli altri imputati.
Il presente documento esprime altresì la rimembranza e l’avvertita nostalgia per la distruzione del centro antico ancor più bello nel ricodo. Ma quali furono le cause che negli anni ottanta deformarono le sembianze del vecchio paese? non lo sappiamo né vogliamo saperlo.
Quando il barbaro disastro è compiuto a che serve la conoscenza delle cause? e se chi non è oblivioso chiede, è già pronto il sofisma del politicante: l’astuta abilità di gabbare il povero cittadino che di questioni amministrative ben poco sa. Ma i sofismi, cioè gli argomenti fallaci, sono parole: la bruttezza del paese invece è una cosa che di leggieri si vede.
Non esitiamo a definirlo “brutto” giacché privo di ogni elemento estetico in armonia con la geografia irpina che tanto ricorda quella umbra e toscana: non esitiamo a definirlo “brutto” perché rimesso nelle maldestre competenze di progettisti ignoranti e costruttori improvvisati. Quando si studia l’architettura dei borghi medioevali si entra in questioni a tal punto complesse che non può decidere un sindaco o un ingegnere qualunque.
Lo diciamo per ubbia? no. In questi ripetuti accenni al patrimonio identitario, fuori dal proposito di una semplice informazione storica e del comune sentire, non si consideri nessuna polemica denigratoria verso istituzioni in generale o persone in particolare.
Ma cosa vuol dire “patrimonio identitario”? è tutto ciò che l’uomo crea. E’ tutto ciò che la persona apprende con i sensi e l’intelletto da quando principia la sua vita. E’ tutto ciò che amorevolmente la circonda: famiglia, abitudini, casa, borgo, città. E’ tutto ciò in cui si ritrova, si riconosce, “si identifica”. E’ tutto ciò che nel corso del tempo la rende quella che è da ogni punto di vista: affettivo, psicologico, culturale. L’uomo non è creatura statica: pensa, progredisce, inventa l’irrinunciabile, quanto senza di cui muore nello spirito. Allorché si distrugge un’opera d’arte si violenta il bello, allorché si distrugge la tradizione si distrugge la persona.
E la politica nel significato nobile del termine si allontana dal suo campo, non esplica la sua autentica funzione e disattende ciò per cui essa è portatrice di progresso umano. La totale assenza di fondamento culturale, la poca influenza che il sapere esercita sulla politica consentono alle questioni pratiche e sociali di essere appannaggio di un ceto di bottegai giocoforza incapaci di una visione più in là delle circostanze immediate.
E così “la politica…diventa una mediocre faccenda composta di piccole cose quotidiane, più vicina…alla pratica minuta degli affari di un mercante che non alla complessità vasta e concitata della storia. E così…ci sono i politicanti della giornata spicciola, ignoranti, grossolani e prosaici, miserabili e inutili, totalmente privi di autorità morale e civile e solo intenti a ricamare la piccola bugiola della loro vita”. Par che questa citazione di Prezzolini dia un concetto chiaro e preciso di quanto via via si è detto nel documento: accanto all’ignudo racconto una sua comprensione critica che è il sogno dell’arte (la bellezza) sotto i colpi dell’affare.
Sulle rovine un unico segno è riposto: il “niente” che dichiara la fine di una tradizione, di una civiltà, di una comunità. Se ciò non fosse, che significato conterrebbe il semplice narrare? Ogni accadimento, nel bene e nel male che produce, porta con sé una ragione: e quì, nelle cause, si ritrova o la gratitudine o la protesta, o l’onore o la disonestà, o buon governo o il contrario.
E perché abbiamo enunciato le parole “onore” e “disonestà”? perché la cultura priva di morale: talvolta è perniciosa ancor più dell’ignoranza. Perché la funzione della cultura, in tutte le questioni politiche e pratiche, consiste anche nel corroborare la coscienza umana dinanzi agli impulsi miserrimi del lenocinio e al contagio quasi inevitabile della corruttela. Ecco perché è possibile nonché doveroso determinare qualsiasi movimento di opinione che sovverta l’arroganza di chi ancora spadroneggia. Per nostalgia? no: talvolta non è saggio restaurare, ma lo è sceverare, discernere il passato, buono e cattivo, bello e brutto, traendone tutti gli insegnamenti possibili. E mai obliando eventi e persone disoneste e miserabili.
Enzo Saldutti detto
L’Irpinia nelle mani dei predoni.
Per conoscenze e approfondimenti sulle ruberie e sul malaffare delle amministrazioni comunali nel dopo terremoto, si legga: Negri Ippolito, La grande abbuffata e le mani rapaci sull’Irpinia del terremoto, Asefi editore, Milano 1996.
Enzo Saldutti detto
CASTELFRANCI NELLE MANI DEI RAPACI DEL DOPO TERREMOTO.
Castelfranci sotto i colpi dei famelici amministratori del dopo terremoto.
Si premette che quanto segue non è assolutamente rivolto alla persona in quanto tale bensì ad un ruolo politico che per ciò stesso è di natura pubblica e soggetto quindi alle opinioni del cittadino che ha liberamente investito quella persona di quel ruolo. Sono opinioni e vanno rispettate senza prevaricare nelle risposte ma ragionando con riflessioni legittime, fermo restando che siano a parlare i “fatti accaduti” con documenti ineccepibili in sintonia con la verità, non arzigogolando nei sofismi e nei cavilli pretestuosi. E’ il metodo storico: né più né meno.
Proseguiamo dicendo che il centro antico del borgo non è più esistente per volontà scellerata della maggioranza eletta nel giugno 1980. La famigerata questione dibattuta nel consiglio comunale del settembre 1981 riguardò una fantomatica via di collegamento per la quale occorreva eliminare il vecchio abitato lungo la rupe del fiume Calore: in particolare via Calabrese (ivi mi costrinsero ad abbattere la mia abitazione del ’700 con cavilli e ricatti burocratici), i vicoli Pendino e Cancello declinanti verso il piano dell’Ortora. La seduta principiò alle ore sedici in punto: vi fu il rapporto di un architetto repentinamente impugnato da alcuni cittadini ivi presenti. La minoranza subito espresse opinione contraria onde evitare lo scempio della memoria storica .
Una documentazione esaustiva della disputa appena trattata è contenuta nel libro di Alessandro Di Napoli, Castelfranci tre anni dopo, Tipografia Irpina, Lioni (Av) 1984, pp. 111-113. L’autore giustifica le posizioni della maggioranza: licet, quod cuique libet, loquatur (Cic.). Il dibattito in quella grigia aula delle adunanze fu quanto mai concitato e a niente valsero le arringhe dei minoritari: il destino del vecchio paese era di già segnato.
Si riproduce un significativo brano del discorso che enunciò il consigliere di minoranza Angelo Bocchino. «E’ inconcepibile distruggere…il centro antico per costruire strade…inutili… Nel prendere visione…della bozza…m’è venuta in mente la Sicilia. Ritengo [quanto segue]: la maggioranza s’é affidata a tecnici che intendono risolvere il problema solo da un punto di vista progettuale trascurando i motivi storici, sociali e affettivi. Per questo non sono favorevole…» .
Si confronti l’archivio del Comune di Castelfranci, Registro delle deliberazioni comunali, settembre 1981.
V’è in architettura una questione di straordinaria importanza, diremmo “decisiva” per l’uomo: ciò che l’ambiente può causare nei comportamenti sociali (il determinismo dello spazio). Il concetto non è di comprensione difficile e può spiegarlo un semplice paragone: si pensi il modo di vivere in una grande periferia urbana e quello in un vicolo di un paesino. Si confronti pure Luisa Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Mimesis editore, Milano 1997.
Parole profetiche quelle di Bocchino.
Perché si addivenne a quella turpe volontà? perché mai annichilire quelle vestigia di lontana rimembranza? fu solo bruta ignoranza del Bello? il terremoto del novembre 1980 fu evento incontrollabile, seguirono “distruzioni incontrollate”: ovunque si distruggeva senza discernimento di sorta.
Si ricordi l’emergenza progettuale e legalizzata da una legge speciale: la numero 219 del 1981. Si aggiunga la legge n° 187 del 1982 che riduce i poteri delle Soprintendenze a tutela del patrimonio storico e identitario: un capolavoro dietro l’altro. Talvolta si giustifica il Legislatore: licet, quod cuique libet, loquatur (Cic.). Talaltra si giustifica dicendo: i cittadini vogliono la comodità.
Ebbene: e chi la nega? e allora: si costruisca il nuovo ma non si distrugga il vecchio. Dicesi che di artistico v’era ben poco da salvare. Ma la questione è un’altra: è questione d’ignoranza.
La nostra tradizione non era solo estetica: v’era un borgo in cui, per l’umano spazio raccolto in una architettura armonica, si corroboravano legami arcaici, sentimenti, vicinanze familiari, conoscenza e solidale colloquio tra generazioni: vi pare poco? In qual maniera alla calamità naturale si congiunge il disastro legalizzato? La legge n° 219 sottrae il 20% dal contributo dei cittadini che intendono ripristinare la vecchia abitazione. Ecco la chiave di volta. Ecco la manna per i famelici amministratori. Si promette, si vagheggia, si lascia il luogo natio.
E così come detto il destino del borgo antico è segnato: l’intrigo politico, i reboanti proclami della villa signorile, la furberia del contributo conforme al numero di famiglia, l’utopia del paradiso venturo riducono il paese a immagine e somiglianza di periferia urbana per chi lo rivede e poi ne ricorda l’antica bellezza.
Si riconosca comunque l’intuzione del Bello o, per non usare parole ridondanti, un recupero intelligente benché non sia tanto l’intelligenza quanto la conoscenza estetica alla base di certe iniziative benemerite. Si pensi ad esempio Rocca san Felice, Nusco, Torella, Gesualdo, Sant’Angelo, Guardia, Castelvetere, nonché la splendida Dogana aragonese di Flumeri: architetture e bellezze ritrovate. In alcuni borghi della verde Irpinia, vuoi per volontà di popolo vuoi per lungimiranza di sagge autorità culturalmente preparate, sono riportati agli antichi splendori: monumenti, palazzi, castelli, monasteri, conventi, episcopi. Si recupera un gusto estetico concomitante quell’economia turistica che a noi appartiene per natura e costume. «La fortuna d’Italia è inseparabile dalle sorti della Bellezza di cui ella è madre» diceva Gabriele d’Annunzio ne “Il libro ascetico della giovane Italia”. Perché Castelfranci, borgo medioevale come il nome stesso racconta, non può rivendicare la sua millenaria tradizione? perché cotanto scempio? perchè quel disastro nel bosco di Baiano? perché la bruta mania della distruzione barbarica?
«Nell’area del cratere si è recuperato pochissimo degli antichi insediamenti. Alle distruzioni della natura si aggiunsero quelle “progettuali”: contenute negli strumenti urbanistici e legalizzati dalla legge speciale n° 219 del 1981. Fu conseguenza della miopia amministrativa generalizzata: ignorando il valore delle preesistenze e nell’enfasi del consumo finanziario si è annientato un patrimonio storico architettonico di grande valore culturale e ambientale. La distruzione avvenuta e la cancellazione di ogni segno della civiltà altirpina penalizzano ancora una volta il rilancio del nostro territorio. La legge n° 219 ha premiato la distruzione e la ricostruzione ex novo a discapito del recupero e del restauro: si è abbattuto il patrimonio preesistente mediante un incentivo economico legislativo. Cioè: tutti quei cittadini che intendevano recuperare o riparare la prima abitazione erano penalizzati con una decurtazione del 20% sul buono contributo rispetto a quelli che diroccavano e ricostruivano beneficiando di sovvenzioni per il cosiddetto adeguamento al numero familiare, superfici non residenziali e autorimesse. Una concezione perversa: i proprietari con un incentivo in denaro abbandonavano il centro storico sperando in condizioni di vita migliori nelle ville dei cosiddetti piani di zona. E così centri abitati trasferiti in lontananza con aumento abnorme di luoghi urbani desolanti. La legge n° 187 del 1982, modificando la n° 219, ridusse ulteriormente i poteri delle Soprintendenze impegnate nella salvaguardia dei beni architettonici e non si potè esprimere vincoli sul patrimonio minore o privato. In breve: ragioni di ordine politico, amministrativo e culturale furono alla base di legislazioni distruttive [e di saccheggio] per un ventipercento in più. Al termine del processo ci ritroviamo una moltiplicazione dei luoghi abitativi, sono diroccati i centri storici e costruiti i piani di zona. Cioè: costose periferie urbane con l’inevitabile degrado sociale, tornaconti e tangenti. Si pensi: Morra, Lioni, Bisaccia, Castelfranci. Un senso di “non finito” caratterizza quello che rimane del vecchio e del nuovo. Si pensi lo spreco del pubblico denaro in Laviano. Ma si registrano casi di recupero intelligente: Guardia, Rocca, Gesualdo, Sant’Angelo, Nusco, Sant’Andrea di Conza. Tranne poche eccezioni, ad un quarto di secolo dal terremoto, in tutti gli altri Comuni non risulta definito né quanto rimane del centro antico né quanto si è cominciato ex novo. Nei luoghi storici rimane il vuoto lasciato dagli edifici trasferiti: sono presenti ruderi e sterpaglie. Si aggiunge: il recupero di alcuni borghi per fine turistico tra i quali anche Castelvetere dimostra che il medesimo costa meno di una nuova costruzione» .
L’ultimo capolavoro del Legislatore si chiamò con seguente terminologia: ristrutturazione urbanistica. Cioè: coloro i quali intendevano rimanere nel centro storico ottennero il diritto di farlo pure ampliando superfici edilizie accanto o al di sopra delle proprie particelle. Risultato: in teoria il recupero, in pratica nuova edilizia tra le vecchie tipologie. Si immagini l’obbrobrio. O meglio: lo si osservi. La caratteristica di una comunità è il forte legame al piccolo ambiente in cui si vive, al suo tempo ciclico, alle stagioni, alle costumanze: è cosmos (ordine) che riunisce gli intenti, accoglie l’armonia, espelle, rifiuta l’emarginazione del singolo. Non v’è posto per la solitudine, l’individualismo apolide, per l’angoscia dello spazio universale, ampliato, smisurato, desolato. La comunità è appartenenza, è come un cerchio sacro dove si è protetti da chi si conosce e si riconosce, dove tutto è sempre identico a se stesso e diverso da ciò che esiste altrove.
Ogni comunità possiede una cultura, un patrimonio spirituale proveniente dagli antenati, un luogo determinato. Permane nella distinzione con altre comunità egualmente sacre perché diverse nelle abitudini e nello “spazio”.
Ma quando uno straordinario evento sopraggiunge devastando il cerchio sacro si è come trasportati nel caos della confusione, dell’indistinto, dell’irriconoscibile, dell’inconoscibile. Così è la periferia urbana: non si conosce e non si riconosce l’identità, la storia di una vita, quella di una cultura amica, di una civiltà comune e condivisa. E dove sarà più il genius loci? e lo spazio a misura d’uomo? e la dimora dove si nacque? e il vicolo dell’infanzia? e la vita sociale? e gli affetti più cari? quel che i latini dicevano “comunitas”?
Questo accadde negli infausti anni ottanta: si annullò il topos (spazio) chiuso e limitato per dare esistenza al topos ampliato, orbo di limiti e confini, privo di “spazio umano”. Si cancellò il passato, l’antico, l’appartenenza, la memoria. Nella distruzione del centro storico l’unico metro di giudizio fu il calcolo: la misura, la quantità, il potere, il denaro. E quale evento è propizio come quello straordinario per consentire la corruttela politica, il losco affare del predone, l’opera inutile, il numero falsificato dei Comuni colpiti? di quì il ridurre al nulla separando ciò che per essenza è unito: uomo e ambiente, uomo e comunità, uomo e tradizione, uomo e spazio, uomo e bellezza, uomo e storia, uomo e cultura.
Nel concetto summenzionato rientrano la volontà famelica, l’incapacità, l’ignoranza, di chi è deputato al governo della cosa pubblica: non può essere altrimenti. Si richiama un concetto: v’è in architettura una questione di straordinaria importanza, diremmo decisiva per l’uomo: ciò che l’ambiente può causare nei comportamenti sociali (il determinismo dello spazio). Il concetto non è di comprensione difficile e può spiegarlo un semplice paragone: si pensi il modo di vivere in una grande periferia urbana e quello in un vicolo di un paesino. E quindi: se degrado urbano allora decadenza sociale.
L’imbarbarimento antropologico fu ulteriormente aggravato da un’altra “geniale” idea della classe politica democristiana: il covulso, maldestro e irrazionale progetto dell’industria nelle zone tortuose di montagna. Come si potè immaginare una cosa del genere all’interno di zone o territori impervi dove a stento già i primi soccorsi nella fase dell’emergenza riuscirono a varcare? come mai si ignorava che l’economia del Meridione fosse di prevalenza agricola, turistica e artigianale? Tutto appare come un paradosso ma tant’è: spreco, abiezione, ruberia, malaffare, abuso, falso ideologico in atto pubblico.
Cosa c’è di più obbrobrioso come lo speculare sulle disgrazie umane? ciò nonostante i politici locali e nazionali furono di ben altro avviso. Il Mezzogiorno d’Italia con l’Irpinia in particolare fu il luogo del più cinico potere clientelare con rapporti di forza tale da costituire uno dei più vasti apparati di consensi tra le masse popolari riducendone la libertà di scelta ricattando le coscienze di persone indigenti e per ciò stesso deboli e indifese. E si trattò di un potere politico e camorristico al tempo stesso: forte, tenace, invincibile, indistruttibile che uscì indenne da una lunga serie di processi e inchieste giudiziarie.
Nel 1988 Montanelli dalle righe del quotidiano “Il Giornale” tratta la gestione illecita del pubblico denaro assegnato alla ricostruzione in Irpinia da parte di alcuni importanti esponenti politici di quel tempo: ovviamente democristiani per la maggior parte. E ancora Martini scrive su “Panorama” un articolo sul medesimo argomento. Per indagare su codesti illeciti fu istituita una commissione parlamentare presieduta dal democristiano Oscar Luigi Scalfaro: futuro Presidente della Repubblica. E cosa accadde? ciò che era prevedibile. Ricordando che fra le persone coinvolte figuravano i nomi di Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino, Enzo Scotti, Antonio Gava, Francesco de Lorenzo e il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti: l’inchiesta ebbe fine con la prescrizione dei capi d’accusa e la totale assoluzione degli altri imputati.
Tutti politici di CENTRO SINISTRA: beninteso.
Il presente documento esprime altresì la rimembranza e l’avvertita nostalgia per la distruzione del centro antico ancor più bello nel ricodo. Ma quali furono le cause che negli anni ottanta deformarono le sembianze del vecchio paese? non lo sappiamo né vogliamo saperlo. Quando il barbaro disastro è compiuto a che serve la conoscenza delle cause? e se chi non è oblivioso chiede, è già pronto il sofisma del politicante: l’astuta abilità di gabbare il povero cittadino che di questioni amministrative ben poco sa. Ma i sofismi, cioè gli argomenti fallaci, sono parole: la bruttezza del paese invece è una cosa che di leggieri si vede. Non esitiamo a definirlo “brutto” giacché privo di ogni elemento estetico in armonia con la geografia irpina che tanto ricorda quella umbra e toscana: non esitiamo a definirlo “brutto” perché rimesso nelle maldestre competenze di progettisti ignoranti e costruttori improvvisati. Quando si studia l’architettura dei borghi medioevali si entra in questioni a tal punto complesse che non può decidere un sindaco o un ingegnere qualunque. Lo diciamo per ubbia? no.
In questi ripetuti accenni al patrimonio identitario, fuori dal proposito di una semplice informazione storica e del comune sentire, non si consideri nessuna polemica denigratoria verso istituzioni in generale o persone in particolare. Ma cosa vuol dire “patrimonio identitario”? è tutto ciò che l’uomo crea. E’ tutto ciò che la persona apprende con i sensi e l’intelletto da quando principia la sua vita. E’ tutto ciò che amorevolmente la circonda: famiglia, abitudini, casa, borgo, città. E’ tutto ciò in cui si ritrova, si riconosce, “si identifica”. E’ tutto ciò che nel corso del tempo la rende quella che è da ogni punto di vista: affettivo, psicologico, culturale. L’uomo non è creatura statica: pensa, progredisce, inventa l’irrinunciabile, quanto senza di cui muore nello spirito.
Allorché si distrugge un’opera d’arte si violenta il bello, allorché si distrugge la tradizione si distrugge la persona. E la politica nel significato nobile del termine si allontana dal suo campo, non esplica la sua autentica funzione e disattende ciò per cui essa è portatrice di progresso umano. La totale assenza di fondamento culturale, la poca influenza che il sapere esercita sulla politica consentono alle questioni pratiche e sociali di essere appannaggio di un ceto di bottegai giocoforza incapaci di una visione più in là delle circostanze immediate. E così “la politica…diventa una mediocre faccenda composta di piccole cose quotidiane, più vicina…alla pratica minuta degli affari di un mercante che non alla complessità vasta e concitata della storia. E così…ci sono i politicanti della giornata spicciola, ignoranti, grossolani e prosaici, miserabili e inutili, totalmente privi di autorità morale e civile e solo intenti a ricamare la piccola bugiola della loro vita”.
Par che questa citazione di Prezzolini dia un concetto chiaro e preciso di quanto via via si è detto nel documento: accanto all’ignudo racconto una sua comprensione critica che è il sogno dell’arte (la bellezza) sotto i colpi dell’affare. Sulle rovine un unico segno è riposto: il “niente” che dichiara la fine di una tradizione, di una civiltà, di una comunità. Se ciò non fosse, che significato conterrebbe il semplice narrare? Ogni accadimento, nel bene e nel male che produce, porta con sé una ragione: e quì, nelle cause, si ritrova o la gratitudine o la protesta, o l’onore o la disonestà, o buon governo o il contrario. E perché abbiamo enunciato le parole “onore” e “disonestà”? perché la cultura priva di morale: talvolta è perniciosa ancor più dell’ignoranza. Perché la funzione della cultura, in tutte le questioni politiche e pratiche, consiste anche nel corroborare la coscienza umana dinanzi agli impulsi miserrimi del lenocinio e al contagio quasi inevitabile della corruttela.
Ecco perché è possibile nonché doveroso determinare qualsiasi movimento di opinione che sovverta l’arroganza di chi ancora spadroneggia.
Per nostalgia? no: talvolta non è saggio restaurare, ma lo è sceverare, discernere il passato, buono e cattivo, bello e brutto, traendone tutti gli insegnamenti possibili. E mai obliando eventi e persone disoneste e miserabili.
Si legga: Ippolito Negri, La grande abbuffata: mani rapaci sull’Irpinia del terremoto, Asefi editore, Milano 1996.
Enzo Saldutti detto
Ogni pretesto, ogni cavillo fu tentato onde poter demolire le antiche abitazioni del centro storico: fino al ricatto. Per testimonianza diretta cito la risposta classica (del sindaco, dell’assessore, del tecnico di solito improvvisato e del tutto ignorante sul tema del recupero storico e artistico): non concederemo il contibuto al ripristino di vecchie e fatiscenti abitazioni destinate poi a crollare.
Enzo Saldutti detto
Ogni pretesto, ogni cavillo fu tentato onde poter demolire le antiche abitazioni del centro storico: fino al ricatto. Per testimonianza diretta cito la risposta classica (del sindaco, dell’assessore o del tecnico di solito improvvisato e ignorante sul tema del recupero storico e artistico): non concederemo il contributo al ripristino di vecchie abitazioni destinate poi a crollare. E così fu rasa barbaricamente al suolo tutta l’antica via Calabrese.