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IL TERREMOTO DEL 1980 IN IRPINIA COLPI’ ANCHE LA PRIMA REPUBBLICA. DE MITA PAGO’ PERCHE’ IRPINO

Posted by irpinianelmondo su ottobre 7, 2008

6.10.2008– Corriere del mezzogiorno-«L a terra tremò di domenica sera, intorno alle 19,35. Nonostante l’orario non ancora notturno desse la possibilità a stampa e telegiornali di affrontare la notizia, il terremoto del 1980 fu registrato nella sua gravità, ma non fu subito percepito dai media come l’evento catastrofico che poi si rivelò». Paolo Mieli ricostruisce con dovizia di dettagli quel 23 novembre che rappresentò uno snodo fatale nella storia del Mezzogiorno. L’occasione è data dalla Lezione magistrale che il direttore del Corriere della Sera terrà oggi, alle 11.30, nella sala Siani dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli (via Suor Orsola, 10), dopo la presentazione del rettore Francesco De Sanctis e del preside della facoltà di Scienze della Formazione Lucio D’Alessandro.

Mieli darà il via così alla terza inchiesta condotta dagli studenti della Scuola di giornalismo del Suor Orsola, della quale è il direttore. Consuetudine della Scuola è far lavorare gli aspiranti professionisti, a conclusione del master biennale, su un tema proposto da Mieli: il direttore traccia le linee guida, che verranno poi sviluppate dagli allievi. Le precedenti inchieste hanno esaminato il «Caso Leone» e «Napoli al tempo del colera»; gli esiti della prima sono stati pubblicati in volume, parte della seconda è confluita in una puntata de «La storia siamo noi» di Giovanni Minoli («Lavori eccellenti» osserva Mieli). Ancora più interessante si preannuncia questo terzo argomento individuato, ricco di evidenti connessioni con il tempo presente. In pratica, quello dell’80 fu un colpo dal quale il Sud non si è ancora ripreso. In particolare, Mieli individua nel terremoto, con le sue conseguenze anche politiche, il momento in cui nacquero i primi germi dell’ideologia che dodici anni più tardi portò allo scardinamento della Prima Repubblica.
 
 
Direttore, come si arrivò a questo?
«Partiamo dai fatti. I comuni più colpiti furono Laviano, Conza, Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Teora, Baronissi e altri limitrofi. Si registrarono tremila morti e trecento feriti e 300 mila restarono senza tetto. Ci furono episodi raccapriccianti di persone rimaste sotto le macerie per giorni. In molti casi caddero le case di costruzione più recente. E ci furono ritardi, ingorghi. Questa baraonda rimase a lungo negli occhi dell’Italia intera e l’emergenza del terremoto si trasformò ben presto in questione politica nazionale».
Cosa colpì l’opinione pubblica?
«Facciamo un passo indietro: nel ’68 c’era stato il terremoto del Belice e anche lì la gestione dei soccorsi e del dopo sisma furono aspramente criticate. Poi, nel ’76, ci fu il terremoto del Friuli e le cose andarono meglio. Certamente l’evento fu drammatico, ma lo sforzo delle popolazioni, delle istituzioni e delle forze dell’ordine riportò presto la situazione nei cardini ordinari. Tra il Belice e il Friuli sembrava fossero passati secoli, l’Italia pensava di essere ormai attrezzata per affrontare le emergenze. Invece con l’Irpinia l’intero paese si sentì di nuovo in un incubo. E subito si riacutizzò lo stereotipo Nord efficiente e Sud arretrato».
Rispondeva a verità?
«In qualche modo fu confermato dai fatti: in Irpinia si registrarono gravi episodi di sciacallaggio, la situazione era caotica… tutto questo spettacolo fece fare passi indietro nella percezione della differenza di comportamenti tra Nord e Sud. E poi bisogna tenere presente la cornice storica».
Che cosa accadeva?
«L’Italia era traumatizzata, si sentivano ancora i colpi delle Brigate rosse, nelle imprese esplodevano conflitti con gli operai, come nella Fiat: a Torino ci fu la marcia dei 40 mila. Nelle carceri ci furono rivolte, anche a Poggioreale con tre morti, mentre prendeva piede la nuova criminalità di Cutolo… insomma tutto ciò rendeva il paese ansioso, instabile. In questo quadro ci fu chi capì i rischi del terremoto, per esempio Pertini che affrontò la questione con piglio deciso, contro la classe politica. E proprio in quel momento prese forza e vigore un ragionamento diffuso che collegava il pregiudizio sul Sud a quello sulla politica, nella quale peraltro erano numerosi gli esponenti meridionali. Si creò insomma un pacchetto unico che metteva insieme Mezzogiorno e politica corrotta».
 
 
Le premesse per la nascita della Lega?
«Sì, probabilmente se ne possono intravedere le prime tracce nelle forti reazioni dei giornali del Nord, e questo sarà uno dei punti del lavoro degli studenti. Stavano nascendo il patrimonio ideologico della Lega e la pretesa del Nord di prendere su di sé le redini del paese di fronte a una politica meridionalizzata, corrotta e incapace. Iniziò anche a circolare l’idea di un governo tecnico, che si rafforzò negli anni Novanta. In conclusione, se uno storico dovesse rintracciare la genesi dello sconvolgimento che portò alla crisi della Prima Repubblica la troverebbe in due eventi: il sequestro Moro e il terremoto dell’Irpinia».
Poi venne la ricostruzione, altro capitolo doloroso…
«Sappiamo della lentezza e della dispersione dei circa 60 mila miliardi che furono stanziati. Una cifra enorme, con la quale l’Irpinia sarebbe potuta diventare una nuova California. Invece molti di quei soldi sono andati a finire nelle mani della camorra e la ricostruzione non è mai davvero finita. Basta ricordare il crollo avvenuto a Napoli il 12 luglio scorso: si trattava di un palazzo puntellato da ventotto anni. In Friuli le tracce del terremoto sparirono dopo poco, non è accaduto lo stesso in Campania. E gli strascichi hanno riguardato anche la politica».
Cioè?
«Irpiniagate diventò ingiustamente sinonimo di De Mita, che è uscito poi indenne dalle inchieste. Ha pagato il fatto di essere irpino. È appunto l’esempio di quell’atteggiamento di insofferenza contro il Sud, i suoi politici e Roma che li protegge». Nei giorni dell’emergenza rifiuti è stata proposta un’analogia con la Napoli del colera e quella del terremoto. Ci sono tratti comuni tra questi tre episodi? «Certo, nelle emergenze ci sono alcuni caratteri ricorrenti. Tra motivi storici e strutturali il Sud sembra farsi sopraffare: non si capisce perché, ad esempio, qui non si riescono a realizzare gli inceneritori mentre al Nord servono a smaltire normalmente i rifiuti. In realtà c’è qualcosa che ci portiamo dietro dall’Unità d’Italia: il terremoto è la linea più marcata di una persistenza storica che resiste durante tutto il Novecento e oltre, nel nuovo millennio. A interrogarsi devono essere gli stessi meridionali più che gli osservatori esterni».
 di Mirella Armiero

Una Risposta a “IL TERREMOTO DEL 1980 IN IRPINIA COLPI’ ANCHE LA PRIMA REPUBBLICA. DE MITA PAGO’ PERCHE’ IRPINO”

  1. Enzo Saldutti said

    Appare inquietante che qualche amministratore degli anni che seguirono il 1980 (libero da ogni evidente e ineccepibile attribuzione di colpa per grazia ricevuta dai suoi feudatari politici) ancora si presenta in pubblico con la spudoratezza tipica dello sciacallo. Quel tragico evento lo gonfiò di ogni bene e di ogni ricchezza sfruttando il dolore altrui con demoniaca destrezza. E (beffa della sorte) persiste a cavillare con ragionamenti speciosi per tentare (non ci riesce con me) di propinare alla buona gente (che davvero ha patito per quel terribile evento) la sua vergine innocenza. E lo fa (con cinismo senza pari) anche ricorrendo a manifestazioni culturali che pullulano nella stagione estiva dove si recupera e si rimpiange a parole (cioè: a vuoto sprecando denaro pubblico) quel che di Castelfranci non v’è nemmeno l’ombra. Codesto spudorato (per fortuna e per intelligenza dei cittadini) è oggi un emarginato, scansato, schivato, sente questa tremenda frustrazione e spesso reagisce anche ricorrendo alla violenza verbale e fisica. Purtroppo la coda di paglia facilmente s’infiamma e brucia. Nondimeno, come dicevo sopra, appena si presenta l’occasione estiva: lo vedi lì, seduto a partecipare o addirittura a presiedere (nella sala consiliare o in qualche Circolo locale) a quei convegni sul passato, sulle tradizioni, su ciò che ha dapprima distrutto per impinguarsi e che ora continua a sfruttare per puro ed ipocrita esibizionismo. E che cosa esibisce? Anzi, che cosa può esibire dinanzi ad un pubblico ovviamente paesanotto e sempliciotto? Pensate un po’: Poesie, Romanzi, Relazioni Cattedratiche. Io le chiamo così per pura convenzione. In realtà sono: esattamente l’esatto contrario. Poesie scopiazzate che fanno o ridere o piangere, Relazioni contorte e sgrammaticate sino all’inverosimile (con quella ricerca della parolina ad effetto per gabbare l’ignorante come lui). Inoltre scrive addirittura libri od altro: naturalmente per opera di qualche sperduta tipografia o provinciale casa editrice. Si nota con estrema chiarezza la sua incolmabile e atavica ignoranza in lingue e letterature classiche. Io talvolta mi presento per ascoltarlo, talaltra scappo via dopo 5 minuti. Non riesco a sopportare lo sciacallo, il poetastro, il poetuncolo, l’ignorante che se in Castelfranci è schivato: altrove dire “sconosciuto” è dire troppo poco.

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