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DE MITA . ” A NAPOLI E IN REGIONE SI TIRA A CAMPARE. MEGLIO ROMPERE CON BASSOLINO”

Posted by irpinianelmondo su dicembre 22, 2008

 22.12.2008 – Coriere del mezzogiorno-«La legittimazione democratica degli eletti da parte degli elettori non si esaurisce nell’esercizio del voto, ma vive nella considerazione di questi ultimi e nella capacità dei primi di rappresentare interessi generali». È il lessico inconfondibile di Ciriaco De Mita, il quale parla nella sua Avellino, comodamente seduto su un divano rosso stile Serena Dandini. Ha di fronte oltre un centinaio di iscritti alla neonata associazione «Dimidium », che vede tra i promotori il nipote Giuseppe. Al secondo piano di palazzo Testa, nella centralissima piazza Libertà, questo gruppo di giovani tra i trenta e i quaranta anni, tutti professionisti, imprenditori o comunque in carriera, ha deciso di convocare una serie di personalità e di confrontarsi su come fare politica fuori da schemi fin troppo usurati. Il che vuol dire, spiega De Mita jr, riscoprire la consapevolezza di essere cittadini senza cadere nella trappola della falsa contrapposizione tra società civile e partiti. In un certo senso, in questa sala avellinese c’è un pezzo di quella élite mobile di cui ha parlato recentemente Paolo Macry sul Corriere del Mezzogiorno. Quella élite forte di una propria professionalità, libera da ideologismi e che non ha perso il gusto dell’impegno politico. Solo che questa élite è marcatamente «centrista». Dimidium: il nome stesso dice tutto. In un certo senso si parla, dunque, di massimi sistemi e De Mita è naturalmente a suo agio. La sua riflessione parte dal «Giardini dei ciliegi» di Cechov, passa per «L’angelo sterminatore» di Buñuel e arriva fino ai drammi reali dei giorni nostri. Chechov e Buñuel rappresentano, a loro modo, un disordine sociale che si ricompone nel racconto e nelle storie dei singoli. L’augurio del vecchio leader ai giovani che gli sono davanti è di ritrovare il senso della comunità e, a partire da questo, di acciuffare l’obiettivo dichiarato di «costruire l’Irpinia che sarà». La riflessione sulla legittimità degli eletti permette a De Mita di intervenire sulle vicende di cronaca mantenendosi volutamente a distanza di sicurezza. Se è vero, dice in sostanza, che non c’è solo la legittimità che viene dal voto, ma anche quella morale che proviene dalla considerazione degli elettori, allora è evidente che a Napoli e in Campania qualcosa è successo. Quel rapporto si è rotto. «E devo ammettere – dice De Mita – che a giudicare dai fatti, e da quel che si vede e si legge, probabilmente sarebbe stato più giusto, nel rapporto con Bassolino, andare fino in fondo, fino a verificare l’ipotesi estrema della rottura». E tuttavia – ricorda De Mita in polemica con chi scrive e con Paolo Macry – «ai tempi del conflitto tra me e Bassolino c’era chi sosteneva che se De Mita poneva questioni, chi vinceva era però il governatore». Dove ha portato questa vittoria? De Mita non ha bisogno di dirlo. Così come non deve spendere molte parole per ricordare che per Napoli lui aveva in mente ben altre soluzioni. L’allusione, fin troppo chiara, è a candidature alternative alla Iervolino da lui più volte avanzate e sempre bocciate dal maggiore alleato e dai napoletani troppo acquiescenti. Ciò nonostante, De Mita non affonda nella fin troppo facile polemica. E sulle indagini in corso a Napoli preferisce intervenire, come si dice, per fatto personale. È visibilmente infastidito dall’aver letto, in alcune cronache, il suo nome associato a quello di persone citate nelle intercettazioni ma neanche indagate. «Che le indagini debbano andare fino in fondo – sbotta – è fin troppo ovvio, ma che le si debba fare con il secchio della spazzatura è francamente insopportabile ». Sulla crisi degli enti locali De Mita riprende il suo ragionamenro, ormai noto, contro il potere personale. «La mia polemica – ricorda – si basa sul fatto che per me la centralità è costituita più dalle regole che dalla gestione del potere. Del resto, anche i sovrani illuminati, per evitare l’arbitrio, si davano una costituzione e si costringevano dentro i limiti di regole certe ». In questo contesto, De Mita non parla mai di questione morale, bensì, come si è visto, di legittimazione morale. Non è un caso. La legittimazione morale è ciò che è venuta meno lì dove, come a Napoli e alla Regione Campania, non si è più riusciti a rappresentare gli interessi generali. «Da quelle parti — butta lì De Mita — ormai si tira a campare». E sostituire quello che c’è — aggiunge— non basta. Sostituire quello che c’è con qualcosa di simile, intende dire, non può costituire una via di uscita. Sul nuovo da mettere in campo il leader ha molto da dire. Ma nell’occasione offertagli dai giovani di «Dimidium» preferisce limitarsi a quelche esempio. Il problema – dice accettando una provocazione di chi scrive non è trovare un nuovo modello tra quello di Alcide De Gasperi e quello di Remo Gaspari; tra il modello cioè del grande costruttore dell’Italia repubblicana e quello del grande mediatore sociale che ha contribuito a traghettare il suo Abruzzo dal Sud al Centro. «Ciò che bisogna fare è non perdere la memoria storica, partire dai bisogni della comunità, avere grandi disegni ma non illudersi, ignorando il presente, di poter governare il futuro». Una ricetta che, tutto sommato, vale per Brunetta come per Veltroni. Gli slogan non bastano, insomma. Prendiamo la polemica sui «fannulloni». A che serve — dice De Mita — aumentare la percentuale di presenza negli uffici pubblici se la produttività continua a essere pari a zero? Il punto vero non è la burocrazia, ma la strategia su cui impegnarla. E a proposito di errori, di illusioni e di scorciatoie politiche, ecco la battuta su Veltroni. «Quando ero io a dire che il Pd era un non-partito, tutti a scandalizzarsi. Gli stessi ora ripetono quel concetto per giustificare gli errori commessi. E quale soluzione offrono? Più poteri al segretario. Ci risiamo: non dicono più regole, più strategie, più prossimità ai problemi reali; dicono più poteri. Eppure, la politica è aggregare, non dominare».

Marco De Marco –

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