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RIFIUTI DA AVELLINO A COLLEFERRO (RM). IMPLICATE AZIENDE DI SERINO E MONTEFREDANE: I NOMI DEGLI ARRESTATI

Posted by irpinianelmondo su marzo 10, 2009

inceneritore10.03.2009–  Eternit, radiatori, tubi di rame, materassi, pneumatici e residui metallici: rifiuti clandestini e fuori legge (non conformi alla normativa sullo smaltimento dei rifiuti), che in codice venivano registrati come «munnezza», «pezzatura grossa» o «scadente».

Nei termovalorizzatori di Colleferro, in provincia di Roma, capaci di bruciare 220.000 tonnellate di combustibile da rifiuti all’anno, secondo quanto ricostruito dai carabinieri del Noe, veniva arso di tutto. Un giro d’affari da 55 milioni di euro, 25 le persone indagate. Tra loro i dirigenti del consorzio Gaia, gestore commissariato degli impianti, e due responsabili dell’Ama, l’azienda municipale ambiente della capitale che a Colleferro conferiva Cdr (combustibile derivato da rifiuti).

I Carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Roma, coordinati dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Velletri, hanno notificato nelle province di Roma, Latina, Frosinone, Napoli, Avellino, Bari, Foggia, Grosseto e Livorno, 13 ordini di custodia cautelare a soci e amministratori di società di intermediazione di rifiuti e di sviluppo di software e chimici di laboratori di analisi.

Ai domiciliari sono finiti Giuseppe Rubrichi, procuratore dell’Ama, il direttore tecnico degli impianti di termovalorizzazione di Colleferro Paolo Meaglia e la responsabile della gestione dei rifiuti degli stessi impianti Stefania Brida, Francesca Marchione, chimico; i responsabili legali o gestori di società di intermediazione che fornivano cdr agli impianti Antonio Vischi, Leopoldo Ronzoni, Michele Rizzi, Fabio Mazzaglia (chimico); Francesco De Feo gestore di impianto di trattamento rifiuti a Serino (Av), Pantaleone Dentice, gestore di impianto di trattamento rifiuti a Montefredane (Av), Angelo Botti responsabile della raccolta del multimateriale, Simone Gabricci e Inesca Brbic, soci e amministratore di Opus Automazione.

I reati contestati agli indagati, a vario titolo, sono di associazione per delinquere; attività organizzata per traffico illecito di rifiuti; falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico; truffa aggravata ai danni dello Stato; favoreggiamento personale; violazione dei valori limiti delle emissioni in atmosfera e prescrizione delle autorizzazioni; accesso abusivo a sistemi informatici.

Un’operazione questa dei carabinieri del Noe che, secondo il capo della Protezione civile e sottosegretario alla Presidenza del consiglio con delega all’emergenza rifiuti, Guido Bertolaso, conferma, «che i controlli ci sono».

Le indagini del Noe di Roma, diretto dal capitano Pietro Rajola Pescarini, hanno permesso di raccogliere durante l’attività di polizia giudiziaria ambientale, elementi di responsabilità degli indagati che, come si legge nell’ordinanza, «conseguivano ingiusti profitti, rappresentati dai maggiori ricavi e dalle minori spese di gestione dei rifiuti che venivano prodotti e commercializzati come Cdr pur non avendone le caratteristiche. In gran parte si trattava, invece, di rifiuti speciali anche pericolosi e quindi non utilizzabili nei forni dei termovalorizzatori per il recupero energetico».

I rifiuti arrivavano soprattutto dalla Campania e da altre città del Lazio. La truffa consisteva nel conferire grossi quantitativi di rifiuti urbani non differenziati ai termovalorizzatori, classificandoli come Cdr, anche se non avevano le caratteristiche previste dalla legge; poi c’era la falsificazione dei certificati di analisi redatti da liberi professionisti (chimici) che attestavano falsamente dati sulla natura, composizione e caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti.

L’aumento di produttività dei termovalorizzatori e quindi di energia, permettevano di richiedere ed ottenere incentivi statali previsti dal Cip 6/1992 (maggiorazione sul pagamento inerente all’acquisto dell’energia prodotta dalla termovalorizzazione da fonti alternative da parte del gestore nazionale per l’energia elettrica). gli inquirenti indagano anche sul, «condizionamento nei confronti di dipendenti ed operai». Gli impianti, secondo quanto disposto dall’ordinanza, per i prossimi novanta giorni funzionerà sotto il controllo dei carabinieri e dei tecnici dell’Arpa. Il Messaggero -di Paola Vuolo

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