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GESUALDO (AV) . PADRE ANTONIO GAMBALE : DAL CONVENTO DEI CAPPUCCINI MISSIONARIO IN INDIA

Posted by irpinianelmondo su novembre 27, 2009

27.11.2009-Portare il Vangelo in India. E’ l’ultimo segreto di Padre Pio da Pietrelcina. A rivelarlo, in esclusiva a IGN, testata on line del Gruppo Gmc Adnkronos, è P. Antonio Gambale , cappuccino e missionario in Ciad, amico e figlio spirituale del Santo di Pietrelcina, che a più riprese gli apre il cuore, confidandogli il suo maggior rimpianto spirituale.

Padre Gambale, Guardiano del Convento dei Cappuccini di Gesualdo, in provincia di Avellino, è custode di molte memorie del Santo confratello con le stimmate.

Proprio nel convento di Gesualdo, nel cuore dell’Irpinia, a poca distanza dal castello di Carlo Gesualdo, celebre madrigalista Principe dei Musici, Padre Pio trascorse solo un mese, nel novembre-dicembre 1909, costretto a lasciare quelle antiche mura a causa della malattia, altrimenti sarebbe stato ordinato sacerdote proprio lì e non a Benevento. Padre Antonio, che su Padre Pio ha scritto ben tre libri, racconta quelle circostanze ricordando con estrema chiarezza ciò Padre Pio gli confida qualche anno prima della morte, avvenuta il 23 settembre 1968.

“Fin da quando ero diventato sacerdote – spiega il cappuccino del Convento che custodisce ‘Il Perdono’ di Carlo Gesualdo – avevo sentito il desiderio di fare il missionario. La provincia monastica di Foggia però, a cui appartengo come P.Pio, non aveva missioni. E così – rivela p. Gambale – mi decisi a scrivere ad un padre cappuccino di Milano, P. Terenzio, che dirigeva una missione in Eritrea. Prima di compiere questo importante passo mi recai Da Pietrelcina, dove ero direttore dello studentato, a San Giovanni Rotondo per chiedere consiglio a P.Pio”.

Padre Antonio ci va ogni lunedì e al ricordo dei pomeriggi trascorsi a parlare con il Santo tradisce l’emozione di quei momenti. ”Appena seduto, lo misi al corrente dei miei propositi. Non riuscii però a finire di parlare, che il Padre scoppiò a piangere. Mi disse tra i singhiozzi: ‘Vedi, figlio mio, tu sei più buono di me. A te il Signore ha concesso questa grazia. Io non sono stato ritenuto degno di andare in India. Tu partirai e farai tanto bene’. A quel punto cercai di capirci di più – spiega p. Gambale – e chiesi se non fosse ingiusto lasciare la mia provincia monastica per andare lontano dopo che i frati di Foggia mi avevano accolto e fatto terminare gli studi. E Padre Pio con una battuta mi zittì: Figlio mio, il Regno di Dio non è fatto a province”.

”Padre Pio – continua P.Gambale – era davvero innamorato dell’idea di andare lontano ad annunciare il Vangelo e non smise mai di pensarci. Più volte mi aveva detto che avrebbe voluto imitare San Francesco che era partito per l’Oriente. Ma il Signore gli aveva dato un’altra missione: grazie alla sua incessante preghiera, quelli che partivano avrebbero portato molti frutti”.

”Io stesso avrei sperimentato la sua protezione una volta in Africa. – ricorda il guardiano del convento di Gesualdo – Accadde, quando mi ammalai gravemente. Nel mio letto di sofferenza mi ricordai dell’ultima volta che lo incontrai. Era il 24 aprile del 1967. Andai nella sua cella per salutarlo prima di partire per il Ciad. Padre Pio pianse nuovamente ricordando alcune sue istanze inviate a Mons. Poli. Alla richiesta di pregare per me e per il lavoro che mi aspettava, abbracciandomi, rispose: Figlio mio, se non prego per te per chi voglio pregare. Parti e torna tranquillo. Noi ci vediamo in Paradiso”.

E Padre Mariano Di Vito, superiore del Conveto dell’Immacolata a Foggia, ricorda con IGN, come ”già nel 1904 fra Pio, allora studente a S. Elia a Pianise, confidava al superiore generale del tempo, era un tedesco, il proposito di partire per le missioni”. La preziosa testimonianza di padre Gambale apre perciò un nuovo capitolo nella prodigiosa storia del Santo del Gargano.

Padre Pio non si è mai mosso dal Convento di San Giovanni Rotondo, fatta eccezione per brevi periodi di cura nel paese natale, eppure come pochi ha sentito dentro di sé lo spirito missionario. Uno spirito che verso i trentacinque anni divenne così forte da spingerlo a chiedere di lasciare la pace dell’amata celletta per partire alla volta dell’India, terra di missione cappuccina.

Le circostanze sono testimoniate da due lettere che il Santo del Gargano inviò il 17 febbraio del 1921 e il 1 febbraio del 1922 al vescovo cappuccino Giuseppe Poli, vicario apostolico nella missione di Allahabad, in Indostan.

Nella prima, Padre Pio chiede accoratamente di pregare per lui perché “ho fatto istanze vivissime presso il mio direttore per essere arruolato tra i vostri missionari, ma povero me, non mi ha trovato degno. Nessuna cosa è valsa finora a farmi ottenere questa segnalata grazia”.

Ma una volta constatata l’impossibilità di raggiungere fisicamente il vescovo in India, ancora una volta consegna alla Croce il suo cuore, accettando di essere presente ”in spirito” nelle terre del primo annuncio. L’aspirazione del Santo però non accenna a placarsi e così nella lettera spedita esattamente un anno dopo confessa di “bramare” di “potermi trovare anch’io costì per apprestare la mia povera opera per l’incremento della fede. Ma questa fortuna non è serbata a me, sebbene ad altre anime più nobili e più care a Gesù”. La sua preghiera accompagnò i missionari con il saio, per tutta la vita. ADNK

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