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ECCO PERCHE’ LA GRECIA RISCHIA IL FALLIMENTO. IN ITALIA SITUAZIONE TRANQUILLA

Posted by irpinianelmondo su aprile 28, 2010

28.04.2010-Una corruzione che viene da lontano, una grande economia sommersa che alimenta un’enorme evasione fiscale, un debito pubblico cresciuto ai ritmi delle clientele politiche, disuguaglianze profonde nascoste tra le pieghe di un sistema inestricabile: queste sono le radici del dissesto finanziario greco che il premier Giorgio Papandreou si è impegnato a estirpare per poter sanare e ricostruire.

Il dissesto finanziario è emerso alla fine del 2009 in seguito alla manipolazione dei dati macroeconomici da parte del precedente governo di centrodestra del premier Costas Karamanlis. In poco più di un anno il deficit è passato dal 6% del Pil al 13,6% e toccherà o supererà, secondo le ultime previsioni ufficiali, il 14%. La rivelazione di questo gigantesco ‘bucò ha provocato una profonda crisi di credibilità spaventando i mercati. E l’impreparazione e indeterminatezza con cui l’Europa ha risposto alla sfida, insieme alle incertezze di Atene, hanno incoraggiato una gigantesca speculazione che ha causato una crisi mai vista in un paese della zona euro. Crisi resa possibile dalle antiche debolezze e contraddizioni del ‘Sistema Grecià. «Dobbiamo costruire, con l’aiuto di tutti i cittadini, un paese nuovo, moderno e più giusto» ha detto e ripetuto Papandreou annunciando una «guerra senza quartiere» alla corruzione, una vera e propria «rivoluzione» fiscale, per lottare contro l’evasione e ridistribuire la ricchezza, un drastico ridimensionamento delle spese statali, cominciando dalla burocrazia, e aprendo il dibattito sulla riforma pensionistica.

La corruzione: Costa alla Grecia l’8% del Pil, ovvero 20 miliardi di euro l’anno, ha denunciato il premier. Un fenomeno fatto di grandi tangenti, come quelle degli scandali Siemens o immobiliare del Monte Athos, ma anche di una rete capillare di complicità individuali. Secondo Transparency International nel 2009 le famiglie hanno pagato bustarelle per un valore di 1355 euro ciascuna.

L’economia sommersa: in Grecia, secondo L’Ocse è superiore al 25% del Pil ed è proporzionalmente la più vasta dell’Europa occidentale. A paragone quella dell’Italia è intorno al 20%, quelle di Francia, Germania e Gran Bretagna fra il 13% e il 16%. Di tale sommerso si nutre l’evasione fiscale.

L’evasione fiscale: è ampia e si calcola che un quarto delle tasse dovute non vengano pagate in virtu della corruzione dei funzionari delle imposte. I proventi della tassazione sui redditi girano intorno al 4,7% contro un dato medio europeo dell’8%. Si calcola che il fenomeno costi 15 miliardi di euro, la metà del bilancio statale. Meno di 5000 contribuenti, su 11 milioni di abitanti, dichiarano redditi superiori a 100.000 euro e solo 2000 denunciano più di 250.000 euro. E mentre i proventi della tasse sono scesi in Grecia negli ultimi anni, le spese dello stato sono aumentate gonfiando il debito pubblico.

Il debito pubblico: In rapporto alla crescita e« il più grande dell’Ue: supera il 120% del Pil. Malgrado il piano di stabilità, è destinato a crescere, secondo quanto ha detto il governatore della Banca di Grecia Giorgio Provopoulos, per raggiungere il 130% nei prossimi anni. Un debito servito anche ad alimentare le clientele nel settore pubblico. Un sistema che a causa della crisi non riesce più a nascondere profonde disuguaglianze sociali che possono destabilizzare gli stessi sforzi per sanare il dissesto con profondi tagli della spesa e riforme.

Disuguaglianze sociali: sono caratterizzate dall’estrema ricchezza di un’elite da una parte e dall’altra dal resto della popolazione il cui reddito per capita è statisticamente alto, a 29.000 dollari, ma con un 20% dei Greci che vive sotto la soglia della povertà o in gran numero con salari e pensioni poco più della metà della media europea. Diseguaglianze e discrepanze rese evidenti dai disordini sociali esplosi a fine 2008 in seguito all’uccisione di un quindicenne da parte della polizia. E ora approfondite da un disastro finanziario che collassa una situazione economica il cui braccio produttivo è fatto eminentemente di servizi, commercio e costruzioni, settori tutti duramente feriti dalla crisi globale.

L’ITALIA E’ AL SICURO

In un altro momento, la faccenda sarebbe stata archiviata come incidente di percorso, legato esclusivamente a fattori tecnici. Oggi invece, con la Grecia sull’orlo dell’abisso, il fatto che nell’asta dei Bot semestrali del Tesoro italiano la domanda abbia a stento superato l’offerta è un piccolo, piccolissimo segnale d’allarme. Comunque però un segnale: che non mette in discussione la solidità dei nostri titoli pubblici, ma obbliga a ricordare una spiacevole verità: quando si scatena la tempesta della speculazione, la direzione in cui soffia il vento non risponde a logiche razionali.

Il Tesoro offriva 9,5 miliardi di Bot, gli investitori ne hanno chiesti 9,78, riservando un trattamento più favorevole ai Ctz (4 miliardi contro 6). Insomma, non è successo praticamente nulla, soprattutto se si ricorda che a marzo 2008 ci fu un’asta di Bot annuali in cui le richieste non riuscirono – anche se di poco – a coprire l’offerta: e quindi andò ancora peggio. Anche l’agenzia Moody’s ha ribadito ieri che il rating della Repubblica italiana non è sotto osservazione. È quel che accade intorno a creare nervosismo. Lo spread tra Btp e Bund, salito a 98 punti base dai 91 di lunedì, ne è il termometro più vistoso.
Eppure, la situazione italiana resta relativamente tranquilla, per quanto lo può essere in una fase come questa. Non solo per lo stato dei conti pubblici, che hanno certo accusato la crisi senza però mostrare segni di deterioramento più grave; è anche la struttura del nostro debito a metterlo almeno per ora al riparo da rischi gravi.

Un indicatore importante a cui guardare è la percentuale di titoli in mano agli investitori esteri. E questa è sì cresciuta negli ultimi anni, rispetto ai tempi in cui lo Stato era indebitato soprattutto con le famiglie italiane, ma resta ben al di sotto del 50 per cento, collocandosi intorno al 43. Se sul debito siamo primatisti europei in valore assoluto (insidiati recentemente dalla Germania), la componente in mani straniere è comunque proporzionalmente più bassa di quella che incide sul debito tedesco, francese e spagnolo.

Questa percentuale sale poi ancora di più se andiamo ad osservare i Paesi che nelle ultime settimane sono stati al centro della turbolenza. Per l’Irlanda è intorno al 70 per cento, per Portogallo e Grecia sfiora l’80. Numeri da cui risulta evidente la dipendenza immediata di queste economie da quel che si pensa o si teme al di fuori dei loro confini. In queste condizioni essere preda della speculazione non è difficile, anche al di là del reale andamento dei fondamentali.

Anche l’Italia deve sempre ricordare che le sue scelte sono comunque sotto gli occhi del mondo; si tratta però di un’attenzione meno isterica, e più orientata al medio periodo. I Paesi che hanno dovuto usare denaro pubblico per salvare le banche stanno assistendo all’inevitabile crescita dei loro debiti; e dunque fanno e continueranno a fare una concorrenza più agguerrita ai nostri titoli di Stato. Conterà soprattutto la capacità di riportare il rapporto debito/Pil su un sentiero di discesa, una volta esaurita la fase di recessione, ed allo stesso tempo di dinamizzare un’economia che soffriva già prima dell’arrivo della bufera internazionale.
 Il Messaggero

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