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CASSAZIONE . INSULTI IN UFFICIO SOLO AI COLLEGHI, NON AI CAPI

Posted by irpinianelmondo su giugno 15, 2010

15.06.2010/ Mandate pure a quel paese i colleghi, ma il capo, quello, lasciatelo stare. Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione, che nel condannare un’impiegata che aveva preso a male parole il suo superiore, ha stabilito anche i limiti e i modi del turpiloquio sul posto di lavoro. E quindi: ai colleghi, in ufficio, qualche parolaccia la si può dire, perché la circostanza che lo scambio ingiurioso avvenga tra pari grado, ha spiegato la Corte, lo rende inoffensivo. Invece il capo, specie se si trova in un ufficio pubblico, non può mai essere apostrofato con un «vaff…» né con uno «str…». Proprio gli epiteti che un’impiegata di Ascoli Piceno aveva riservato alla dirigente del suo reparto. Un rapporto difficile, quello tra le due, risolto in una sequenza di insulti quando, durante lo scontro sulla questione di una pratica, il capo avrebbe dovuto ricevere la donna nel suo studio, ma prima di aprire la porta l’aveva fatta attendere a lungo. Cosa che l’impiegata non aveva preso bene. La parola più delicata uscita dalla sua bocca in quel momento era stata: «Cretina». Pronta la risposta, via carta bollata, del capo. E con la querela, il processo. Sia in primo grado, dal Giudice di pace, che in secondo, dal Tribunale ascolano, l’impiegata è stata riconosciuta colpevole di ingiuria. Con la pronuncia della Cassazione la vicenda si è chiusa. A motivare la condanna è il fatto che, nel caso in questione, le parolacce non perdono la loro valenza «spregiativa» in quanto rivolte a un «soggetto con il quale non ci si trova in posizione di parità». Senza successo l’imputata ha sostenuto che le espressioni da lei usate erano, certo, un «esempio di inurbanità», ma largamente ricorrente nel parlare comune e non certo offensivo. I supremi giudici le hanno risposto che «l’uso comune di tali espressioni ha modificato la valenza offensiva soltanto quando si collocano in un discorso che si svolge tra soggetti che si trovano in condizione di parità e sono pronunciate in risposta a frasi che non postulano manifestazioni di reciproco rispetto». Invece se rivolte «in un pubblico ufficio verso un superiore gerarchico» non perdono la «connaturata valenza offensiva». Una sentenza che all’impiegata costerà il rimborso delle spese legali, 1200 euro, più la multa per la condanna per ingiuria.

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