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PdL / LEGA : AL SENATO IL RISCHIO E’ ALTO

Posted by irpinianelmondo su agosto 23, 2010

23.08.2010-La convenienza di Silvio Berlusconi ad elezioni in tempi rapidi sta nel fatto che i suoi oppositori sono oggi difficilmente coalizzabili. I sondaggi assegnano all’alleanza Pdl-Lega (senza Fini) tra il 40 e il 43%, ma il premier può pensare di arrivare primo e conquistare così il premio di maggioranza alla Camera contando sull’eterogeneità degli avversari e dei loro bacini elettorali. Il problema però è che quel premio non è trasferibile in Senato, o meglio è frazionato nelle diverse Regioni, e le simulazioni che giungono sui tavoli dei leader dimostrano che, se anche fallisse l’«Alleanza costituzionale» proposta dal Pd e un «terzo Polo» decidesse di fare corsa a sé, le chances di vittoria di Berlusconi a Palazzo Madama appaiono significativamente ridotte. Insomma il rischio per il Cavaliere è che, anche nel caso le cose gli andassero bene alla Camera, il Senato potrebbe uscire senza una maggioranza. E in sistema bicamerale «perfetto» come il nostro questo pregiudicherebbe il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi.Il premier è uno strenuo difensore dell’attuale legge elettorale. Nelle opposizioni invece la critica è cresciuta nel tempo per intensità e argomenti. Ma la polemica è solitamente concentrata sulle norme della Camera: soprattutto sulle liste bloccate (che sottraggono agli elettori la scelta dei parlamentari) e sul premio di maggioranza (istituto senza eguali nei Paesi occidentali). La legge elettorale del Senato viene solitamente trascurata, considerata un derivato. Invece il suo diverso meccanismo, dovuto al vincolo costituzionale (art. 57) dell’elezione «a base regionale», è sempre stato potenzialmente in grado di produrre maggioranze diverse rispetto alla Camera. E, siccome la promessa riforma del bicameralismo è rimasta anch’essa incompiuta, questa discrasia potrebbe far saltare molti piani di battaglia. Oppure contribuire ad allontanare la data delle elezioni.

Anche nel 2008 fu ipotizzato un Senato senza maggioranza. Alla griglia di partenza allora si presentavano quattro Poli (guidati da Berlusconi, Veltroni, Casini e Bertinotti). Nel voto però la competizione si bipolarizzò a tal punto da cancellare in Senato ogni presenza centrista (salvo tre eletti in Sicilia) e della sinistra radicale. Lo sbarramento a Palazzo Madama è fissato all’8%, il doppio rispetto alla Camera. E la soglia va superata Regione per Regione. Ma, se un nuovo Polo nascesse dalla convergenza di Casini e Fini, i sondaggisti sono concordi nel dire che ci le condizioni perché superi ovunque l’8%. Questa semplice presenza può modificare molto gli equilibri del Senato, stando alle attuali regole.

Naturalmente questo Polo potrebbe anche accumulare un potenziale elettorale maggiore e modificare i termini della competizione Pdl-Pd in molte Regioni, soprattutto al Sud. Tuttavia anche riducendo all’8% le ambizioni del terzo Polo e bloccando il centrosinistra all’istantanea delle recenti regionali, appare ardua per la coalizione Pdl-Lega la conquista di una maggioranza a Palazzo Madama.

Anche se Berlusconi riuscisse a guadagnare tutti i premi di maggioranza nelle dieci Regioni oggi governate dal centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Lazio, Abruzzo, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna) non sono affatto scontati i 158 seggi necessari per proclamarsi vincitore. Anche se il centrosinistra restasse inchiodato alle sue otto Regioni (Emilia, Toscana, Umbria, Liguria, Marche, Basilicata, Puglia, Trentino) la rappresentanza in Senato degli avversari di Berlusconi potrebbe comunque essere maggioritaria. In un simile scenario il nuovo Polo toglierebbe molti seggi al centrosinistra, ma a Berlusconi sottrarrebbe numeri decisivi proprio nelle Regioni di centrosinistra. In uno schema rigidamente bipolare (come è stato quello del 2008) in quelle otto Regioni il Pdl incasserebbe comunque 38 seggi. Nelle stesse Regioni, in presenza di un terzo Polo sopra l’8%, i seggi si ridurrebbero a 28. La semplice somma dei premi di maggioranza nelle otto Regioni citate, più le quote di minoranza delle dieci Regioni governate dal centrodestra, più uno dei due seggi in Molise, dà la cifra di 156 seggi. Ne mancherebbero due agli avversari di Berlusconi per toccare quota 158, ma sono ancora da assegnare il seggio della Valle d’Aosta e i sei dell’Estero.

Ovviamente il Cavaliere può pensare di portare l’assalto anche alla Liguria o alla Puglia. Come può puntare a ridurre Fini e Casini sotto l’8%. La battaglia elettorale potrebbe però anche volgere a suo sfavore in altre Regioni (ad esempio, Sardegna e Calabria potrebbero diventare contendibili per il centrosinistra), fermo restando che un’ipotetica sconfitta in Sicilia (guidata dal governatore Lombardo, orientato verso i centristi) renderebbe certamente irraggiungibile per Berlusconi la maggioranza in Senato. Il quadro delle previsioni elettorali sarebbe naturalmente molto diverso in caso di alleanza tra l’Udc di Casini e il Pd, o ancora tra l’intero terzo Polo e il Pd. Di certo però ciascuno di questi scenari avvantaggerebbe non Berlusconi ma i suoi avversari. Tanto che si potrebbero persino ipotizzare alleanze «tecniche» in Regioni incerte tra un Polo imperniato sul Pd e quello di Fini-Casini: la legge elettorale non le vieta, anche se impone distinte dichiarazioni sul candidato-premier.

Il Messaggero

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