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UCCISE DATORE DI LAVORO PERCHE’ LO UMILIAVA. LA CASSAZIONE ESCLUDE AGGRAVANTE PER FUTILI MOTIVI

Posted by irpinianelmondo su febbraio 21, 2012

21.2.2012-Un albanese che nel 2008 uccise il suo datore di lavoro in seguito ad un rimprovero dopo essere stato insultato otterrà uno sconto di pena – l’esclusione dell’aggravante del futile motivo – per avere reagito in seguito all’umiliazione subita. Lo ha stabilito la Prima sezione penale della Cassazione, accogliendo il ricorso della difesa di un albanese, Hamit L. che l’11 novembre del 2008, a Cividate Camuno, in Valcamonica, uccise a colpi di spranga il titolare dell’azienda specializzata nei trattamenti termici dei metalli. In appello, l’operaio – assunto in nero, come rileva la sentenza 6796 in “condizioni di semisfruttamento” a sei euro all’ora, – era stato condannato dalla Corte d’assise d’appello di Brescia a 16 anni di reclusione con il riconoscimento dell’aggravante dei futili motivi per avere ucciso a sprangate il datore di lavoro in seguito ad un’animata discussione originata dal rimprovero che l’imprenditore aveva rivolto all’albanese, con tanto di epiteti offensivi, a proposito dell’adempimento delle mansioni di scarico dei metalli.

Esacerbato per il trattamento umiliante, Hamit L., armato di una spranga di ferro, aveva colpito l’imprenditore uccidendolo. Contro l’esclusione dell’aggravante dei futili motivi, la difesa dell’albanese ha fatto ricorso con successo in Cassazione, facendo notare che l’uccisione era stata dettata “dall’esacerbato sentimento dell’onore”. La Prima sezione penale ha accolto il ricorso dell’albanese e, annullando senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente all’aggravante del futile motivo che è stata esclusa, ha osservato che l’aggravante in questione “sussiste quando la determinazione criminosa sia stata causata da uno stimolo esterno così lieve, banale e sproporzionato rispetto alla gravita’ del reato, da apparire secondo il comune modo di sentire, assolutamente insufficiente a provocare l’azione criminosa, tanto da potersi considerare, piu’ che una causa deteminante dell’evento, un mero pretesto per lo sfogo di un impulso criminale”. Sara’ ora la Corte d’assise d’appello di Brescia a rideterminare, al ribasso, la pena inflitta all’albanese contrariamente alle richiesta della pubblica accusa di piazza Cavour che chiedeva la conferma della condanna.

 

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