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MEDICINA E SALUTE. DIMINUISCONO I MEDICI: TRA 16 ANNI 70MILA IN MENO

Posted by irpinianelmondo su giugno 30, 2008

 30.6.2008 / I medici sono in crisi, e lo sanno bene. Sono sempre meno numerosi, e fra un po’ a indossare i camici bianchi in corsia e nelle sale operatorie saranno soprattutto le donne. Non che qualcuno di loro ce l’abbia con le donne, sia chiaro, ma è anche evidente che la professione così come è non può reggere l’impatto di una così massiccia presenza femminile. 

«Tra sedici anni in Italia ci saranno 70 mila medici in meno»: il presidente degli Ordini dei Medici, Amedeo Bianco, l’ha annunciato senza girarci tanto intorno: Rispetto al totale attuale di circa 280 mila medici vuol dire quasi un quarto in meno, un calo di 4 mila in media l’anno. Il motivo? Troppi pensionati rispetto ai futuri laureati. 

Il calcolo dettagliato fa parte di una relazione di Maurizio Benato, vicepresidente Fnomceo, la federazione che riunisce tutti gli Ordini dei medici d’Italia. «Basta fare la somma di tutti i medici che presumibilmente andranno in pensione dal 2011 al 2025 – spiega – Ogni anno si iscrivono 7400 studenti alle facoltà di medicina di tutta Italia. Di questi, 460 sono stranieri. All’incirca il 20% lasciano prima e quindi vengono immessi ogni anno 6250 medici. E’ stato così nel 2005, nel 2006 e nel 2007. Li sommiamo per 15 anni fino al 2025, sottraiamo chi va in pensione, ed abbiamo un totale di 190 mila medici, e quindi un buco di 90 mila unità. O, forse, qualcuno di meno, visto che non tutti andranno in pensione a 65 anni, anche perché la previdenza ora non favorisce chi vorrebbe lasciare la professione prima, anzi c’è la tendenza a restare. Diciamo che saranno almeno 70 mila medici in meno». 

Un medico su quattro verrebbe cancellato, insomma. A meno che non si corra ai ripari. Luigi Frati, preside della facoltà di Medicina e Chirurgia alla Sapienza un rimedio ce l’ha: «Aumentare il numero programmato di iscritti del 10%». 

La crisi si inizia ad avvertire proprio da quest’anno. «Per la prima volta si registra quasi un pareggio tra il fabbisogno regionale di medici chirurgo (calcolato in base al numero dei medici, alle strutture ospedaliere e di persone assistite dal Servizio Sanitario nazionale) e laureati. «In base ai dati invece è ben probabile che nei prossimi anni i chirurghi inizieranno a scarseggiare», avverte Maurizio Benato. «Questa carenza può diventare un dramma se ci si arriva con questa società. Non lo sarebbe se invece vi fosse una ridefinizione del ruolo dei medici e del loro lavoro. Abbiamo i grandi ed enfatici ospedali, le strutture ad alta tecnologia. Mancano del tutto le strutture intermedie, a bassa tecnologia, dove convogliare la gran parte di quelli che ora sono i ricoveri ospedalieri: i malati cronici, le lunghe degenze, gli anziani in gran parte. La nostra popolazione invecchia rapidamente. Oggi gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 18% della popolazione, nel 2015 saranno il 22-23%. In termini di malattie e carico sulla sanità rappresentano un peso di non poco conto: alleggerire i medici di questo tipo di assistenza sarebbe un grande aiuto». 

Insomma, meno medici ma più specializzati, quasi dei manager di un team multiprofessionale con diverse funzioni svolte all’interno da infermieri o figure specializzate. Prendiamo il pediatra, ad esempio: il medico si specializzerà in chirurgia pediatrica, e lasceranno agli infermieri il nursing, le fasi iniziali dello svezzamento, le attività di routine. 

Dovrà cambiare il ruolo del medico di famiglia. Non potrà più rimanere chiuso nel suo studio da solo con il suo pacchetto di pazienti. Dovrà aprirsi ad altri medici associati e trasformare il suo studio in un poliambulatorio consortile in modo da svolgere il ruolo di un piccolo ospedale sul territorio. 

La seconda cifra riguarda le donne. Oggi rappresentano il 35% del totale dei medici. Non sarà così in futuro. Ad essersi iscritte al primo anno delle facoltà di medicina italiane sono 4317 donne su un totale di 7673 studenti: 56 su 100, la maggioranza. Se si considerano i medici chirurgo per fasce di età si nota che tra i 25 e i 29 anni la percentuale delle donne è del 63,4%, tra i 30 e i 34 anni del 59,6% e tra i 35 e i 39 del 51,9%. «Questa femminilizzazione così profonda della professione richiede un’organizzazione molto diversa del lavoro – avverte Maurizio Benato – Perché in molte specialità è impensabile lasciare l’attività per un anno per fare un figlio e poi tornare come se nulla fosse. Chirurghi, urologi, anestesisti donne potranno fare i loro figli ma saranno necessari corsi di formazione per una riqualificazione e soprattutto dovranno superare una serie di step prima di tornare in camera operatoria». 

«Lo stesso problema si sta ponendo anche in altri paesi. – Roberta Chersevani, presidente dell’Omceo di Gorizia, e unica donna a capo di uno dei 103 ordini medici in Italia, ha studiato a fondo il tema. – Che cosa fare? Molta formazione, senza dubbio, per recuperare dopo una gravidanza. Ma anche maggiore flessibilità: formule di lavoro part-time o di job-sharing, un posto diviso fra due persone finchè esiste la necessità per la famiglia. Oppure la banca delle ore che è allo studio anche in Gran Bretagna».

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